Vittorio Tondi

I Sette Fantasmi della Repubblica

I Sette Fantasmi delle Repubblica

Il mio secondo libro, I Sette Fantasmi delle Repubblica, acquistabile qui.

 

DESCRIZIONE

La democrazia può morire senza fare rumore.
Basta che qualcuno inizi a mentire nel modo giusto.

L’Italia ha voltato le spalle all’Europa. Un nuovo potere governa il paese, promettendo ordine mentre restringe lentamente il perimetro della libertà. Le elezioni esistono ancora, ma la verità è diventata negoziabile.

In questo clima sospeso tra paura e assuefazione, Natasha Castelvetro — segnata da un trauma che le ha portato via tutto — si ritrova al centro di un disegno più grande di lei.
La sua non è rabbia. È un piano.

Attorno a lei si muovono sei figure apparentemente comuni: vite normali, passati irrisolti, ferite che non si vedono. Sono specialisti, fantasmi del sistema, invisibili ma letali.

Non sono eroi; Non sono rivoluzionari; Sono persone che hanno qualcosa da perdere — o da farsi perdonare.

Quello che stanno preparando non è una protesta.
Non è una denuncia.
È un’azione radicale che potrebbe cambiare il destino del paese.

Mentre il regime consolida il proprio controllo tra propaganda, compromessi e paura, il gruppo lavora nell’ombra. Ogni scelta li avvicina a un punto di non ritorno, dove giustizia e vendetta smettono di essere distinguibili.

Tra complotti istituzionali, doppie identità e omicidi politici, I sette fantasmi della Repubblica intreccia piani temporali, tensione psicologica e domande scomode:

Quanto costa davvero la libertà?
E chi paga il prezzo finale?

Un thriller politico distopico sul fragile confine tra giustizia e vendetta, per chi ama le storie dove il bene e il male non sono mai netti — e il futuro somiglia fin troppo al presente.

Consigliato a chi ha amato romanzi distopici e thriller politici contemporanei.

 

PRIMO CAPITOLO: I sette fantasmi della Repubblica

Non importa se è squilibrato, ho bisogno di lui.

Sta pensando questo Natasha, mentre il temporale scema verso una pioggerella timida e oleosa che lava via il grosso della tempesta. La luna crea il suo chiarore dietro la coltre di nubi che si scioglie negli ultimi minuti di pioggia.

Il responsabile della Sezione Ricerca e Sviluppo della West Purple Stone, Filippo Tardini, sta ascoltando la donna che ha appena iniziato a parlare.

Natasha Castelvetro ha i capelli lucenti e uno sguardo indefinibile, è profondo ma asimmetrico. Ha gli occhi strani, non sembrano naturali.

Ma a Filippo interessa altro, guarda l’orologio. Pensa: le do al massimo altri dieci minuti altrimenti il polimero termoplastico maledetto mi si smonta e il lavoro di due giorni è buttato via. Chissà se ha controllato se è stata seguita dai gatti, il cortile d’ingresso ne è pieno, loro credono che io non me ne accorga ma so sempre dove sono e cosa fanno, li ho classificati tutti i bastardi, domenica scorsa è nata una nuova nidiata e mi sono segnato anche quella, sperando che la maggior parte non riesca a diventare grande. È arrivata, chissà se è stata seguita.

–I gatti ti hanno seguita? – chiede lui con la fronte corrugata, interrompendola subito mentre inizia a parlare.

Lei è presa alla sprovvista. Non risponde.

Lui aggiunge – Ti avevo detto di fare attenzione ai gatti, loro ci spiano.

Lei annuisce e decide di dargli corda. Lo ha studiato e sa che a volte può non sembrare perfettamente a posto. Anche se può non sembrare perfettamente a posto è un eufemismo bonario. A volte il chimico è completamente fuori di testa.

Ma è un genio. Ha cercato uno come lui per anni e finalmente l’ha trovato.

Risponde senza esitazioni – No, ti assicuro che non mi hanno seguito.

– L’importante è che tu non sia stata seguita dai gatti –. Lui annuisce soddisfatto e serio, alzando una mano come in segno di attesa, continua e dice – Aspettami qui che devo stabilizzare un polimero, sennò perdo un giorno di tempo sulla presentazione. Così abbiamo più tempo per parlare, torno subito.

Esce dall’ampia porta finestra e attraversa il giardino pensile, si infila in una porta dall’altro lato del largo terrazzo.

Natasha si guarda intorno: la stanza è in completo disordine anche se traspare un lusso essenziale. È pulita, ma oggetti di tutti i tipi sono come lasciati a sé stessi, ovunque. Dal salone si vede l’elegante angolo cottura perfettamente mantenuto, come se non fosse stato mai usato. Dietro uno dei due lunghi divani c’è un curioso ombrello di metallo con fili di rame scoperti che lo attraversano. Scuote la testa e si dirige a guardare fuori dalla portafinestra. Il giardino pensile è perfettamente curato, piante e fiori fioriscono rigogliosi anche se poco colorati. Domina il verde il bianco e l’azzurro. La casa è a un piano alto, qualche decina di metri sotto si vedono i capannoni e gli uffici della West Purple Stone, in lontananza le case basse al limitare del Polo Industriale Pomezia Sud; più lontano la linea nera del mare.

Pochi istanti e Filippo entra di nuovo ridendo.

– Tutto bene, – ride e continua gentile – abbiamo guadagnato un quarto d’ora. Scusa ma con la presentazione così vicina…

– Non è un problema. – risponde Natasha. Si tocca i lunghi capelli e dice, sicura di sé – Ti stavo chiedendo, come intendi colpire?

Il chimico siede sul divano accanto all’ombrello di metallo e alza l’indice della mano sinistra, accompagnando al gesto le parole – Perché vuoi fare tutto questo?

Lei lo guarda dall’alto in basso, si sfila il cappotto con il bordo di pelliccia di ermellino nero e lo appoggia sul divano libero. Fissa il chimico.

Lui rimane sorpreso dalla sua silhouette, stretta in jeans aderenti che si perdono in scarpe con il tacco alto in basso, e in un maglioncino di cachemire bianco verso l’alto, con una leggera scollatura.

Perde lo sguardo in una collana di perle fine, lo alza e lo perde ancora sulla pelle chiara e compatta, sui lineamenti disegnati dalla luce soffusa. È catturato dai suoi occhi che non riesce a capire perché gli sembrino così strani.

Lei siede accanto a lui e parla, quasi un sussurro. – È complesso. Da una parte la vendetta, dall’altra l’ingiustizia che vive il nostro paese giorno dopo giorno. Lo fissa negli occhi e appoggia le spalle al divano, continuando – La vendetta non basta a farti andare avanti, è un sentimento che muore. Per non perdere di vista il nostro obiettivo cerco di ricordare sempre che un paese come il nostro non merita tutto questo. C’è qualcosa di sbagliato nella nostra società. È una convinzione che hai anche tu, ne sono sicura. L’hai alimentata con il tuo lavoro, con la tua vita quotidiana e con la tua intelligenza. Conosci come funzionano le cose là fuori, e non ti sta bene. Non è vero?

Lui annuisce e si appoggia al divano, nella stessa posizione della donna; è il momento di ascoltare, si dice, e rimane in silenzio. Entrambi guardano fuori dalla finestra, le luci del Polo Industriale sempre tremanti nel buio della notte.

Lei inizia accarezzando le parole con voce melodiosa. –Ma al di là delle idee sull’ingiustizia sociale e sul declino del nostro paese, ti racconterò la mia esperienza personale. È iniziato tutto dodici anni fa. Mio padre, come saprai, era uno dei maggiori imprenditori italiani. Riuscì a creare un vero e proprio impero mediatico. Proprietario di quotidiani locali siti di informazione, e case editrici, lo saprai. Garantiva la piena libertà ad ogni direttore. Per questo, dopo i disordini che seguirono l’uscita dall’Unione Europea e la disoccupazione dilagante, il ministero centrale aveva bisogno dei media per il controllo totale della popolazione.

– Dopo l’oro l’informazione è il bene più prezioso del mondo, diceva qualcuno. – la interrompe il chimico.

Natasha annuisce e continua. – Il ministero centrale decise la nazionalizzazione delle comunicazioni. Gli hanno offerto il posto di Ministro della stampa, cifre folli per rilevare tutte le sue attività e ha rifiutato. Fin quando decisero che l’unico modo per farlo tirare indietro era di colpire ciò che aveva di più caro, i suoi figli. Ci hanno rapiti e mio fratello, il minore, non ce l’ha fatta. Dopo tre settimane di sequestro mi sono svegliata e lui non respirava più. Non ho parole per descriverti quel periodo.

Il racconto si ferma e Filippo Tardini si trova a guardarla negli occhi. Sono diversi. Uno castano, l’altro azzurro; ecco cosa c’era di così straniante.

Le parole lo distolgono dall’incanto.

Natasha continua – Quando ci penso provo solo odio. Mio padre lasciò tutto e mia madre per la disperazione perse il figlio che aveva in grembo. Quindi, che dire. Io lo faccio per vendetta. Ma non solo. Hai visto come è diventato il nostro paese? Ti senti ancora fiero di essere italiano?

Filippo Tardini si alza in piedi e guarda fuori dalla finestra. Inizia a parlare fissando la linea nera del mare.

– Non esco mai, lavoro venti ore al giorno. Questa casa è il mio regno, il laboratorio è il mio trono. E quando esco ammetto di essere sempre drogato–. Ride. – Mi stordisco con le mie pasticche perché il mondo va troppo lento, e per non annoiarmi devo rallentare anch’io. Ma sento i discorsi dei miei colleghi. Prima non era così. Oggi non abbiamo più quella piccola parvenza di libertà che prima ci rendeva, come dire, almeno un po’ spensierati.

Si gira verso di lei e fissa quegli occhi strani e freddi, determinati. Continua. – Il progetto che hai in mente è esagerato anche per la mia mente malata. È talmente fuori di testa che…

Natasha si alza in piedi e teme in un rifiuto, sta per dire qualcosa quando le parole di Filippo la interrompono.

– Io sono con te.

Restano in silenzio per qualche secondo.

Natasha gli ripete la domanda iniziale. – Come intendi colpire?

– Esplosivo all’altezza delle fondamenta. È un processo più macchinoso ma di sicuro effetto.

Le labbra della donna si schiudono in un sorriso che le illumina il volto.

Dopo pochi minuti Natasha è andata via lasciando Tardini da solo, doveva lavorare. Ha dovuto portare con sé lo strano ombrello di metallo perché secondo Filippo “È l’unico mezzo per non farsi leggere i pensieri dalla razza superiore, dai gatti malefici.”

L’auto americana macina strada rombando nel silenzio della notte, mentre le dolci curve, così affollate d’estate, riposano cullate dalle tenebre pesanti e dal freddo fuori stagione di ottobre. Gli arbusti che coprono le dune della spiaggia sembrano collinette quiete, due muri di macchia mediterranea che fanno da tappeto al terreno chiaro, con uno sfondo di caseggiati anonimi che si stendono per chilometri lungo tutto il litorale romano.

È concentrata sulla strada e taglia le curve rendendo docile il manto stradale scivoloso.

All’interno dell’abitacolo suona Sympathy for the Devil dei Rolling Stones, e fuori l’asfalto luccica sotto la luce celeste dei fari, mentre spinge il pedale dell’acceleratore raggiungendo i centodieci chilometri orari.

Mentre guida pensa ai suoi sei appuntamenti, conclusi tutti nel migliore dei modi.

Filippo Tardini è stato il più difficile, il genio pazzo. È eccitata se pensa al suo prossimo futuro, è eccitata se pensa alle parole del chimico: esplosivo a livello delle fondamenta.

La fase del reclutamento è finita, ora iniziano le operazioni.

Le tornano alla mente i volti di tutti i suoi sei collaboratori. Le sembra di aver scelto i migliori in ogni campo.

D’un tratto il volume della musica si abbassa dolcemente, sul monitor di bordo appare il nome del chiamante: Doriano.

– Ciao Natasha, allora l’hai convinto?

– Sì. È fuori di testa ma è quello che fa per noi.

Nella sua grande casa il chimico ripensa alle parole della donna, e a quello che sta per compiere.

È una bella sfida, pensa che avrebbe dovuto confermarle subito la sua partecipazione, quella donna è una forza della natura e quest’Italia va cambiata. Non ama pensare troppo, quindi si abbassa sul tavolino e prende una pasticca dal posacenere in cui ne tiene una manciata.

Tanto ormai il polimero è stabile, pensa, posso rilassarmi e godermi l’inizio di questa nuova sfida.

 

I Sette Fantasmi delle Repubblica: copertina. Edizioni Spadamedia.

i sette fantasmi della repubblica

 

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Sul tema

Il romanzo parte da una domanda che ho esplorato anche in forma saggistica: se l’informazione è il bene più prezioso, chi decide cosa merita la nostra attenzione ha già vinto. Il filo di questa idea è nell’articolo L’attenzione è tutto: cosa i transformer ci dicono su come pensiamo.