Vittorio Tondi

Jason Bourne e il diritto dello Stato di costruire persone

Jason Bourne — articolo di Vittorio Tondi

Jason Bourne non sa chi è. È la premessa di The Bourne Identity e il motore di tutta la serie: un uomo recuperato in mare con sei proiettili in corpo e nessun ricordo. Scopre piano piano di essere un agente governativo — addestrato, modificato, programmato per uccidere — e che l’identità che credeva sua è una costruzione operativa.

Robert Ludlum scriveva thriller di spionaggio. Ma il tema vero non è lo spionaggio. È la questione di cosa rimane di un essere umano quando un’istituzione decide di farne uno strumento.

Jason Bourne — L’identità come progetto statale

Il programma Treadstone — che ha creato Bourne — parte da un assunto implicito: l’identità è malleabile. Dati i giusti metodi, il giusto addestramento, la giusta pressione psicologica, un essere umano può essere trasformato in qualcosa di diverso da quello che era. Non solo nelle competenze — nell’identità profonda. In chi pensa di essere.

Questo non è fantascienza. È il razionale di ogni programma di addestramento militare intensivo, di ogni sistema di reclutamento che funziona attraverso la destrutturazione dell’identità precedente per costruire una nuova identità funzionale al sistema. L’esercito lo fa. Le sette lo fanno. I programmi di recupero tossicodipendenti lo fanno, in versione benigna.

La differenza con Bourne è che il programma va troppo lontano — o meglio, va dove qualsiasi programma di questo tipo va se non ha limiti etici: trasforma la persona in uno strumento che non ricorda di essere stato qualcos’altro.

Il problema del recupero

L’arco narrativo di Bourne è il tentativo di recuperare se stesso — di ricostruire chi era prima che il programma lo costruisse. Ma il romanzo pone una domanda che non risolve mai del tutto: c’è qualcosa da recuperare? L’identità pre-Treadstone era già completa, era già “lui”? O era essa stessa il risultato di altre formazioni, altri condizionamenti, altri sistemi?

L’identità autentica — quella che preesiste a qualsiasi costruzione — potrebbe non esistere. Potremmo essere tutti, in misura diversa, prodotti di sistemi che ci hanno formato senza che lo sapessimo. Bourne è il caso estremo, reso visibile dalla violenza del processo. Ma il processo, in forme più morbide, è universale.

Ludlum e la paranoia come lucidità

I romanzi di Ludlum vengono spesso liquidati come paranoia di massa — la fantasia dei governi che controllano tutto, dei complotti globali, delle agenzie senza supervisione. La paranoia c’è. Ma sotto c’è qualcosa di più preciso: la domanda su dove finisce l’istituzione e inizia la persona.

Quando un’istituzione sufficientemente potente decide di formare un individuo per i propri scopi — con il suo consenso o senza — quanto di quell’individuo rimane disponibile a se stesso? E quando il progetto finisce, cosa resta?

Bourne cerca di rispondersi per centinaia di pagine. Non è sicuro di trovare la risposta. Forse perché la risposta è che la domanda rimane aperta — per lui, e per chiunque si chieda quanto di se stesso appartiene davvero a se stesso.

Jason Bourne non è un eroe d’azione nel senso tradizionale. È un esperimento che ha preso coscienza di se stesso e si è rifiutato di accettare i termini dell’esperimento. Quello che rende la saga di Robert Ludlum così potente è che la domanda centrale non ha risposta facile: se le tue memorie, i tuoi riflessi, le tue reazioni sono stati programmati da altri, cosa rimane di autentico? Jason Bourne cerca quella risposta per tutta la saga. Non la trova mai del tutto. Ma il fatto che continui a cercarla — che rifiuti di essere solo uno strumento — è già una forma di risposta. Forse l’unica disponibile.

Jason Bourne resta il personaggio più preciso che la narrativa d’azione abbia prodotto sull’identità come costruzione.

Se ti interessa la questione dell’identità costruita dallo Stato, leggi anche Jason Bourne non ricorda — e il sistema lo sa.