Vittorio Tondi

Borges e i sentieri che non hai preso: una metafilosofia del possibile

metafilosofia

C’è un racconto di Borges che non ho mai smesso di rigirarmi in testa. Non perché sia il più famoso — anche se probabilmente lo è — ma perché è il più onesto riguardo a una questione di metafilosofia pura: che ogni domanda che si pone porta con sé tutte le domande che ha scelto di non porsi.

Il racconto si chiama Il giardino dei sentieri che si biforcano. In apparenza è uno spy-thriller. C’è una spia cinese che lavora per i tedeschi nella Prima Guerra Mondiale, c’è un inseguimento, c’è un omicidio necessario e freddo. Ma dentro questa storia — come in tutte le storie di Borges — c’è un’altra storia. E dentro quell’altra storia, un’intera teoria del tempo, della scelta, e di cosa vuol dire conoscere qualcosa.

Vale la pena starci dentro un po’.

Il labirinto che nessuno stava cercando

Il protagonista, Yu Tsun, scopre che il suo antenato, Ts’ui Pên, ha lasciato due opere incompiute e apparentemente slegate: un romanzo caotico e indecifrabile, e un labirinto leggendario che nessuno ha mai trovato.

Per decenni, tutti cercano il labirinto nei posti sbagliati — tra le pietre, nei giardini fisici. Poi un sinologo britannico, il dottor Stephen Albert, svela l’enigma: il romanzo è il labirinto. Non ci sono due opere separate. Il testo stesso è l’architettura.

E non è caotico. È radicale.

Nei romanzi normali, quando il personaggio arriva a un bivio, l’autore sceglie una strada e scarta le altre. Ts’ui Pên non sceglie. Le percorre tutte. Nel suo giardino, tutti i futuri possibili coesistono. Il tempo non è una linea retta: è un albero che si biforca all’infinito ad ogni istante, e ogni ramo è reale quanto gli altri. In una versione della storia, il protagonista è il tuo nemico. In un’altra, è tuo amico. In un’altra ancora, non vi siete mai incontrati.

Questo, detto in prosa narrativa da un bibliotecario argentino che scriveva racconti brevi per sopravvivere, è esattamente ciò che la metafilosofia studia da secoli — con molta più fatica e molti meno lettori.

La filosofia che studia se stessa (e si mette a disagio)

La metafilosofia è, letteralmente, filosofia sulla filosofia. Si occupa di capire cosa fa la filosofia quando fa filosofia: quali strumenti usa, quali presupposti porta con sé, cosa esclude nel momento stesso in cui include qualcosa d’altro.

È una disciplina scomoda. Perché non appena usi la ragione per analizzare la ragione, sei già dentro il problema che stai cercando di guardare dall’esterno. È come provare a vedere il proprio occhio senza uno specchio — l’occhio funziona solo se non si guarda.

Borges trasforma questo problema in architettura. Lo rende visitabile. La Biblioteca di Babele — che contiene tutti i libri possibili, comprese tutte le confutazioni di tutti i libri possibili — è la metafora perfetta: un sistema che include tutto include anche la propria smentita. Il catalogo di tutti i cataloghi falsi esiste? Solo a patto di non includere se stesso.

È il paradosso di Russell, ma con scaffali e corridoi dove perdersi fisicamente.

Il giardino dei sentieri che si biforcano aggiunge una dimensione che la Biblioteca non ha: il tempo. Non è solo lo spazio delle possibilità ad essere infinito. È la sequenza stessa — il prima e il dopo, la causa e l’effetto, la scelta e la sua conseguenza — a diventare ramificata, moltiplicata, impossibile da percorrere su una sola riga.

La metafilosofia tradizionale si chiede: la filosofia può trovare la verità? Con quali metodi? Con quali limiti strutturali?

Borges si chiede qualcosa di più radicale: e se non esistesse un’unica sequenza legittima di domande e risposte? E se ogni risposta aprisse non una strada ma mille — e tutte, in qualche ramo del giardino, fossero ugualmente reali?

Il problema del bivio (e dell’omicidio necessario)

C’è un momento nel racconto in cui Yu Tsun deve uccidere il dottor Albert. Non perché lo odi — anzi, in quei pochi minuti di conversazione gli ha trasmesso qualcosa di essenziale, una spiegazione che attendeva da una vita. Lo deve uccidere perché è l’unico modo per comunicare un messaggio cifrato ai suoi superiori tedeschi: il nome della città che vogliono bombardare è “Albert”. Sarà il titolo del giornale il giorno dopo. È un omicidio funzionale, architettato, freddo.

E Albert lo sa. E lo accetta con una calma che non si spiega se non con quello che ha appena detto: in uno dei sentieri di questo giardino, siamo amici. In un altro, siamo nemici. In un altro ancora, non ci siamo mai incontrati.

Tutte queste versioni esistono. Contemporaneamente. Lui abita questa idea così completamente che il fatto di morire in questa versione specifica non lo annulla — lo distribuisce.

È una delle intuizioni più metafilosofiche che conosca, anche se arriva vestita da spy-fiction.

Perché l’errore che facciamo — sempre — è credere che la scelta che abbiamo fatto cancelli le altre. Che adottare una cornice per capire il mondo — il materialismo, il pragmatismo, l’empirismo, scegli tu — significhi che le altre cornici fossero false o non-esistenti. Borges dice: no. Le altre cornici esistono. Le altre strade sono reali. E la metafilosofia onesta dovrebbe fare lo stesso: riconoscere il sistema di pensiero che sta usando, e sapere che esistono sistemi alternativi altrettanto coerenti — percorribili in un altro ramo del giardino.

Non per paralisi relativista. Per lucidità.

Cosa fa Borges che la filosofia non riesce a fare

La filosofia accademica lavora per confutazione. Prende una tesi, la smonta pezzo per pezzo, propone un’alternativa migliore. È un processo lineare: freccia del tempo, causa ed effetto, tesi-antitesi-sintesi. Si sceglie una strada e si argomenta perché quella era quella giusta.

Borges lavora per moltiplicazione. Invece di scegliere e confutare, aggiunge. Invece di risolvere il paradosso, lo abita. Invece di trovare la strada giusta nel giardino, costruisce un giardino dove tutte le strade vengono percorse insieme.

È un metodo epistemologico diverso — non migliore o peggiore, diverso. E il fatto che funzioni, che i suoi racconti ci insegnino qualcosa di vero sulla natura del tempo e della conoscenza, suggerisce che la narrativa può fare cose che l’argomentazione non può.

Non perché la fiction sia più intelligente della logica.

Ma perché la fiction può stare nell’ambiguità senza doverla risolvere. Può tenere due strade aperte contemporaneamente. Può percorrere il giardino invece di disegnarne la mappa — e rinunciare, deliberatamente, alla comodità di avere ragione.

Il momento in cui il giardino smette di essere metafora

Lo riconosci quando capita: stai prendendo una decisione — piccola, normale, quotidiana — e per un secondo vedi tutte le versioni di quella scelta insieme. Non con l’angoscia di chi non riesce a decidere. Con qualcosa di più strano: la sensazione che tutte quelle versioni siano ugualmente reali, e che tu stia scegliendo non tra opzioni, ma tra mondi interi.

Borges lo chiama giardino. I fisici quantistici lo chiamano many-worlds. I buddisti lo chiamano impermanenza. Krishnamurti lo chiamerebbe il momento in cui il condizionamento si incrina.

Tradizioni lontanissime che descrivono la stessa cosa con linguaggi diversi — come già mi è capitato di notare, su questi stessi schermi, parlando di attenzione.

Borges ci costruisce dei racconti attorno non per risolvere il problema. Ma per farti sentire, per qualche pagina, che il problema è la cosa più bella che esiste.

La metafilosofia, in fondo, serve a questo: non a trovare le risposte, ma a capire perché le domande siano architettate così bene.

E Borges — che non si è mai definito filosofo, che si definiva un lettore di storie — è forse il miglior metafilosofo del Novecento. Per il semplice fatto che nel suo giardino ogni sentiero porta da qualche altra parte. E tutti, percorrendo strade diverse, finiscono davanti allo stesso muro.

Il muro che la filosofia chiama limite della conoscenza. Borges lo chiama l’inizio di un altro racconto.

La metafilosofia di Borges ha un parente stretto nella tradizione del pensiero stoico: anche Marco Aurelio ragionava sui limiti della conoscenza e sulle strade non percorse. Se questo tipo di riflessione ti affascina, leggi anche il mio post su Marco Aurelio e lo stoicismo come leadership. Per un inquadramento della metafilosofia come disciplina, la voce di Borges su Wikipedia è un buon punto di partenza — anche se Borges stesso avrebbe probabilmente preferito la biblioteca di Babele.