Vittorio Tondi

Bulgakov sapeva cosa succede quando il potere diventa invisibile

Bulgakov — articolo di Vittorio Tondi

Il Diavolo arriva a Mosca in un pomeriggio di primavera e nessuno lo riconosce. Si chiama Woland, ha un seguito di assistenti bizzarri, e inizia sistematicamente a smascherare l’ipocrisia, la codardia e la corruzione della società sovietica degli anni ’30.

Non con la forza. Con la rivelazione.

Questo è il meccanismo centrale de Il Maestro e Margherita: il male — nella persona del Diavolo — non porta nuova corruzione a Mosca. Rende visibile quella già esistente. Le persone che crollano davanti a Woland non crollano perché sono tentate: crollano perché vengono messe di fronte a quello che già sono.

Bulgakov — Il totalitarismo morbido

Bulgakov scrisse il romanzo tra il 1930 e il 1940, nel pieno dello stalinismo. Non lo pubblicò — sapeva che non avrebbe potuto. Il manoscritto circolò clandestinamente per decenni e fu pubblicato solo nel 1967, ventisei anni dopo la sua morte.

Quello che descrive non è il totalitarismo duro delle purghe e dei gulag — quello era troppo pericoloso anche solo da nominare. Descrive qualcosa di più sottile e più pervasivo: il sistema che si automantiene attraverso l’opportunismo, la conformità, la paura non di una minaccia specifica ma di una punizione indefinita che potrebbe arrivare da qualsiasi direzione.

A Mosca, nel romanzo, nessuno sa esattamente di cosa ha paura. Sa solo che è meglio non distinguersi, non fare domande, adeguarsi. Il terrore non ha bisogno di essere esplicito per funzionare — ha bisogno solo di essere possibile.

Ponzio Pilato come specchio

Intrecciata con la storia di Woland a Mosca c’è la storia di Ponzio Pilato e Yeshua Ha-Nozri — il Gesù di Bulgakov, un predicatore che parla di pace e viene condannato non perché Pilato creda che meriti di morire, ma perché Pilato ha paura delle conseguenze di non condannarlo.

È la definizione di viltà come peccato strutturale: non fai il male attivamente, ma non fai il bene perché il sistema rende il bene troppo costoso. Pilato sa che Yeshua è innocente. Condanna comunque. E vive per il resto dell’eternità nel tormento di quella scelta.

Bulgakov non stava parlando della Giudea del primo secolo. Stava parlando di ogni intellettuale, funzionario e artista sovietico che sapeva cosa stava succedendo e taceva perché il costo di parlare era troppo alto.

Perché Bulgakov è necessario adesso

Il meccanismo del potere invisibile — quello che non ha bisogno di minacciare esplicitamente perché la possibilità della minaccia è sufficiente — non è specifico dello stalinismo. È la struttura di qualsiasi sistema che mantiene la conformità attraverso l’ambiguità.

Non sai esattamente dove sia il confine. Sai solo che esiste, e che conviene non cercarlo. Il risultato è un’autocensura diffusa che non ha bisogno di essere imposta dall’esterno — viene prodotta dall’interno, da ciascuno, su se stesso.

Bulgakov ha descritto questo meccanismo con precisione chirurgica settant’anni fa. Il romanzo è rimasto attuale perché il meccanismo non è scomparso — si è adattato.

Il Maestro e Margherita non è un romanzo sulla paura. È un romanzo sulla paura che impara a mascherarsi da normalità. Bulgakov scriveva in un sistema dove la censura non aveva bisogno di dichiararsi — bastava che tutti sapessero che c’era. Il risultato è la stessa distorsione cognitiva che descriveva Orwell, ma portata a un livello più sottile: non la menzogna imposta dall’alto, ma la menzogna che gli individui adottano preventivamente per non dover essere corretti. Bulgakov ha vissuto questa condizione in prima persona, tenendo il romanzo nel cassetto per decenni. Il libro è sopravvissuto a lui. È questa la risposta che dava alla paura.

Il Maestro e Margherita è rimasto il romanzo più onesto sul potere che non si mostra. Bulgakov lo ha scritto sapendo che non lo avrebbe visto pubblicato.