Vittorio Tondi

Come si scrive un villain credibile. (E perché è più difficile di quanto sembri.)

Ombra drammatica chiaroscuro - come scrivere un villain credibile

Come scrivere un villain credibile è una delle sfide più difficili per qualsiasi narratore — perché richiede empatia per qualcuno che fa cose sbagliate.

C’è una scena in ogni romanzo scritto male in cui il villain fa una cosa cattiva e tu capisci perché è il cattivo: perché è sadico, perché è avido, perché è pazzo. E a quel punto smetti di aver paura di lui. Non perché la scena non funzioni tecnicamente. Ma perché i villain che ti fanno davvero paura non si comportano come cattivi. Si comportano come persone che hanno ragione. Capire come scrivere un villain credibile comincia da qui.

Come scrivere un villain: il problema della cartapesta

I villain di cartapesta hanno una caratteristica precisa: esistono per essere sconfitti. Sono costruiti intorno alla loro funzione narrativa — ostacolare il protagonista — e non hanno una vita interiore coerente al di fuori di questa funzione. Non vogliono qualcosa di specifico: vogliono il potere, il denaro, la vendetta. Voglie generiche, senza storia.

Questo tipo di villain è facile da scrivere. È anche completamente inutile. Inutile nel senso più profondo: non dice nulla di vero sul male. Non aiuta il lettore a capire come funziona davvero la cattiveria nel mondo reale. E la cattiveria nel mondo reale è quasi sempre motivata. Quasi sempre ha una logica interna. Quasi sempre, da dentro, sembra giustizia.

Il villain che si crede protagonista

La svolta nella scrittura dei personaggi negativi è capire che il villain non si percepisce come tale. Nella sua testa è lui il protagonista — è lui quello che ha visto la verità che gli altri rifiutano, che paga un prezzo per qualcosa in cui crede.

Questo è il cuore di personaggi come Hannibal Lecter o Anton Chigurh: non sono malvagi perché sono sadici. Sono terrificanti perché hanno una coerenza interna perfetta. Chigurh, nel romanzo di Cormac McCarthy, si vede come un agente della necessità. Quella lucidità è più spaventosa di qualsiasi sadismo.

Scrivere un villain credibile significa scrivere la sua storia come se lui fosse il protagonista. Quali esperienze lo hanno portato a credere quello che crede? Cos’ha perso? Qual è la ferita che ha trasformato il dolore in principio?

La simmetria con il protagonista

C’è una regola tecnica che uso: il villain migliore è quello che condivide con il protagonista una parte della stessa domanda — e ha trovato una risposta diversa.

Nel mio primo romanzo, Anno Domini, il conflitto centrale ruota attorno all’ossessione — due personaggi che inseguono lo stesso tipo di sogno con la stessa intensità, e divergono nel modo in cui sono disposti a pagarlo. Non c’è un cattivo nel senso classico. C’è una versione alternativa di quello che il protagonista avrebbe potuto diventare.

Quella specchiatura è la cosa più potente che la narrativa può fare con i suoi antagonisti: mostrare che la differenza tra chi “vince” moralmente e chi “perde” non è il punto di partenza, ma una serie di scelte — alcune piccole, alcune enormi — fatte in condizioni di pressione.

Perché è difficile

È difficile scrivere un villain credibile perché richiede empatia per qualcuno che fa cose sbagliate. Non giustificazione — empatia. La capacità di stare dentro una testa che funziona diversamente dalla tua e capire, davvero, come ci si finisce.

Questo è un esercizio che spaventa. Significa capire come si razionalizza la violenza, come si costruisce un sistema di valori che permette la crudeltà, come si arriva a fare del male credendo di avere ragione. E per scriverlo in modo convincente, devi averci davvero pensato.

Non è un esercizio neutro. Ti cambia come scrittore, e come lettore. Smetti di vedere i personaggi negativi come funzioni narrative e inizi a vederli come specchi — distortissimi, pericolosissimi, ma specchi. Il villain più inquietante non è quello che non capisci. È quello che capisci fin troppo bene.

La figura dell’antagonista nella teoria narrativa ha una storia lunga e sfumata — dall’epica classica al thriller contemporaneo.

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