Vittorio Tondi

Enea e il trauma come fondazione

Enea — articolo di Vittorio Tondi

Troia brucia. Enea non scappa. Porta con sé suo padre Anchise sulle spalle, suo figlio Ascanio per mano, e i Penati — le divinità domestiche troiane. Non lascia niente indietro che possa essere portato. Porta tutto quello che conta.

Questo è il gesto fondativo dell’Eneide, e vale la pena fermarsi su di esso. Enea non fonda Roma fuggendo da Troia. La fonda portando Troia con sé. La nuova città non è un’alternativa alla città distrutta — è la continuazione di quella città attraverso la catastrofe.

Enea — Il trauma come materiale

Virgilio scrive l’Eneide nell’età augustea — il momento in cui Roma sta diventando impero, quando Augusto ha bisogno di una narrativa di fondazione abbastanza solida da giustificare la nuova struttura politica. Virgilio gli dà quella narrativa.

Ma la narrativa che sceglie non è quella del vincitore che costruisce dal niente. È quella del sopravvissuto che costruisce dal dolore. Il trauma di Troia non viene risolto nell’Eneide — viene trasformato. Diventa il materiale della costruzione.

Questa è la tesi implicita del poema: le grandi fondazioni non avvengono in condizioni di stabilità. Avvengono quando tutto quello che c’era è già finito, quando non c’è più niente da perdere, quando l’unica direzione possibile è avanti.

La pietas di Enea

Il termine latino con cui Virgilio caratterizza Enea è pius — pietoso, nel senso di fedele ai doveri verso gli dèi, la famiglia, la patria. Enea è caratterizzato non dall’audacia o dalla forza, ma dalla fedeltà. Si porta dietro le obbligazioni.

Questa non è debolezza. È la condizione necessaria per fondare qualcosa di duraturo: portare con sé non solo le persone ma i vincoli — le relazioni, le responsabilità, le memorie. Non ricominciare da zero, ma ricominciare da dove si è arrivati.

Il dolore che non finisce

C’è un momento nell’Eneide in cui Enea incontra Didone agli inferi. Didone si è uccisa quando Enea l’ha lasciata — doveva farlo, il destino di Roma lo richiedeva. Enea cerca di spiegarle, di giustificarsi. Didone si gira dall’altra parte e non risponde.

La fondazione di Roma ha richiesto questo abbandono. Il prezzo è stato Didone. E Didone non perdona. Il dolore che Enea porta con sé non si risolve nella gloria di Roma — rimane come costo irredento della costruzione.

Virgilio non nasconde questo. Lo mette al centro del poema. Le fondazioni grandi costano. E il costo non scompare nell’esito.

Virgilio ha scritto l’Eneide come poema della fondazione, ma anche come documento del trauma che la fondazione richiede. Enea perde Troia, perde Creusa, perde Didone, perde il padre Anchise. Ogni perdita è una tappa necessaria. Non nel senso consolatorio — non c’è una voce narrativa che dice “valeva la pena” — ma nel senso strutturale: Enea non potrebbe arrivare in Italia portando con sé quello che ha lasciato.

Il nuovo non emerge dal nulla. Emerge da una perdita. Le grandi narrazioni fondative mostrano il costo che il futuro impone al passato. Enea è un eroe perché porta avanti qualcosa che vale. Ma è anche un sopravvissuto che non ha scelto di sopravvivere. Virgilio non nasconde questa ambiguità. La mette al centro del poema, e ci sfida a non guardare dall’altra parte.

L’Eneide è forse il primo grande romanzo del trauma nella storia della letteratura occidentale. Non nel senso moderno del termine — Virgilio non aveva i concetti della psicologia contemporanea — ma nel senso strutturale: descrive un uomo che ha perso tutto ciò che amava e che deve trovare un modo per continuare ad agire, a scegliere, a costruire. Enea non elabora il lutto: lo porta con sé. E ciò che costruisce — Roma, nella cosmologia virgiliana — è costruito sopra quel dolore, non nonostante esso.

Il mito come trauma fondativo risuona anche nel caso di Prometeo non era un eroe — era un esperimento.