C’è un romanzo che ha inventato un’intera postura culturale. Non un movimento, non una scuola — una postura. Un modo di stare nel mondo tenendolo a distanza. Quel romanzo è À rebours di Joris-Karl Huysmans, pubblicato nel 1884, e il suo protagonista, Jean Des Esseintes, è forse il primo personaggio della letteratura moderna a fare del ritiro dal mondo un’opera d’arte.
Des Esseintes si ritira in una villa fuori Parigi. Tappa le finestre, calibra l’illuminazione artificiale, riempie le stanze di profumi, costruisce un acquario, fa dorare il guscio di una tartaruga per usarla come elemento decorativo. La tartaruga muore, naturalmente. Non regge al peso dell’estetica.
Huysmans era critico d’arte prima che romanziere. Aveva guardato i Simbolisti — Moreau, Redon, Bresdin — con occhi da esegeta. Sapeva che c’era qualcosa in quelle immagini che non si lasciava catturare dal Realismo né dall’Impressionismo. Qualcosa che voleva dire che il mondo visibile non bastava. Che la realtà era una riduzione.
Huysmans — Il catalogo come romanzo
À rebours non ha trama nel senso tradizionale. È un catalogo. Des Esseintes cataloga i propri gusti, le proprie avversioni, le proprie ossessioni. Libri latini decadenti, gemme, liquori, pittura. Ogni capitolo è una sezione museale allestita dalla mente del protagonista. È il romanzo come atto di curatela.
Oscar Wilde lo chiamò “il libro giallo” — e nel ritratto di Dorian Gray, il libro che corrompe Dorian è chiaramente modellato su À rebours. Là dove Wilde trasformò la decadenza in tragedia morale, Huysmans la presentò come diagnosi culturale.
Il punto non era che Des Esseintes fosse malvagio. Era che era stanco. Stanco della volgarità borghese, della folla, del rumore, della mediocrità elevata a norma sociale. Il suo ritiro non è fuga: è risposta. È la risposta di chi ha deciso che il mondo così com’è non merita la propria presenza.
Il problema del gusto come ideologia
C’è qualcosa di attraente e qualcosa di profondamente problematico in Des Esseintes. L’attraente è la radicalità: il rifiuto di accomodarsi, di fare buon viso a cattivo gioco, di fingere che la mediocrità sia tollerabile. Il problematico è che il suo rifiuto è disponibile solo ai ricchi. Ci vuole denaro per costruirsi un eremo estetico. Ci vuole priviliegio per decidere che il mondo può aspettare.
Huysmans lo sapeva. È una delle tensioni che il romanzo non risolve — e fa bene a non farlo. La decadenza è aristocratica per definizione. Si oppone alla democrazia del gusto non perché abbia torto sul gusto, ma perché ha torto sulla soluzione.
Eppure qualcosa nel gesto di Des Esseintes resiste al tempo. Non la soluzione — ma la diagnosi. L’idea che ci sia qualcosa di insopportabile nel rumore costante del mondo. Che la saturazione sensoriale non sia progresso ma sostituzione. Che costruirsi uno spazio in cui le cose abbiano peso sia un atto di resistenza più che di evasione.
Huysmans dopo Huysmans
Quello che è successo dopo è noto. Huysmans si convertì al cattolicesimo. En route, La Cathédrale — i romanzi successivi percorrono il cammino inverso rispetto a À rebours: dal rifugio estetico al rifugio spirituale. Ma anche lì, l’estetica non sparisce. Huysmans cercava nelle cattedrali gotiche la stessa intensità sensoriale che Des Esseintes cercava nei profumi composti.
Il filo conduttore è sempre la stessa domanda: cosa fa di uno spazio un luogo in cui valga la pena stare? Non è una domanda decorativa. È una domanda sull’abitabilità del mondo.
Leggere À rebours oggi è un esercizio strano. Da una parte, Des Esseintes sembra un personaggio uscito da un meme — il tipo che vive nell’estetica come rifugio dall’ansia. Dall’altra, la sua lucidità sul rumore del mondo è disarmante. Cento quarant’anni fa aveva già capito che la questione non era avere di più o avere di meno. Era avere cose che significassero qualcosa.
