Nel luglio del 1891, sugli scaffali delle edicole inglesi compare un numero dello Strand Magazine con dentro un racconto intitolato “Uno scandalo in Boemia”. È la prima apparizione di Sherlock Holmes in formato racconto breve — il personaggio esisteva già da quattro anni, grazie a due romanzi accolti con discrezione, ma è da quel numero di luglio che comincia la storia che oggi chiamiamo, nel suo insieme, le opere di Arthur Conan Doyle dedicate a Sherlock Holmes.
Sessanta titoli in tutto: quattro romanzi e cinque raccolte di racconti, scritti nell’arco di quarant’anni, con due interruzioni, un omicidio — del protagonista, per mano dell’autore — e una resurrezione imposta dal pubblico. Se vi siete mai chiesti da dove cominciare, o volete semplicemente una mappa per orientarvi, eccola.
Le opere di Arthur Conan Doyle: le raccolte di racconti
Le Avventure di Sherlock Holmes (1892) raccoglie i primi dodici racconti, gli stessi apparsi sullo Strand tra il 1891 e il 1892. È qui che il personaggio si fissa per sempre nell’immaginario collettivo: “Uno scandalo in Boemia” introduce Irene Adler, l’unica persona — secondo Watson — ad aver mai battuto Holmes.
“La lega dei capelli rossi” resta uno dei meccanismi a orologeria meglio costruiti di tutta la serie; “La banda maculata” chiude la raccolta con uno dei finali più macabri che Doyle abbia mai scritto. Sono i racconti che si leggerebbero anche senza sapere chi sia Sherlock Holmes, e probabilmente è per questo che funzionano ancora.
Le Memorie di Sherlock Holmes (1894) sono raccolte più cupe, scritte da un autore che cominciava a sentirsi prigioniero del proprio personaggio. Contengono “Il problema finale”, il racconto in cui Holmes precipita nelle cascate di Reichenbach avvinghiato al professor Moriarty — e in cui Doyle, semplicemente, decise di liberarsene. Il pubblico vittoriano reagì con un dolore che oggi sembra sproporzionato e che invece dice molto su quanto, già allora, un personaggio di carta potesse diventare reale per chi legge.
Il ritorno di Sherlock Holmes (1905) è la conseguenza di quella reazione: otto anni dopo, sotto la pressione di editori, lettori e — pare — del proprio conto in banca, Doyle fa tornare Holmes con “La casa vuota”, spiegando in poche righe come abbia sopravvissuto alla caduta.
Le tredici storie che seguono sono scritte con più mestiere e meno furore: il detective è più posato, i casi più elaborati, ma manca quella scintilla di urgenza delle Avventure. È comunque la raccolta in cui compaiono “I danzatori” e “I sei Napoleon”, tra i preferiti di chi ama gli enigmi puramente logici.
L’ultimo saluto di Sherlock Holmes (1917) raccoglie storie scritte a cavallo della Prima guerra mondiale, e si sente: il racconto che dà il titolo alla raccolta è apertamente una storia di spionaggio anti-tedesco, scritta più per il morale del paese che per la trama. È la raccolta più disomogenea, ma anche quella in cui Holmes smette per un momento di essere un detective vittoriano e diventa, quasi, un personaggio del Novecento.
Il taccuino di Sherlock Holmes (1927) è l’ultima raccolta, scritta da un Doyle ormai più interessato allo spiritismo che ai delitti. La critica la considera la più debole, e in parte ha ragione — ma contiene anche “Il problema del ponte di Thor” (un caso recuperato da un baule sigillato e raccontato da un Watson anziano) e qualche esperimento narrativo che mostra un autore disposto, alla fine, a giocare con le proprie regole.
I quattro romanzi: dove tutto comincia, e dove quasi tutto rischia di finire
Uno studio in rosso (1887) è il romanzo che inventa tutto: il 221B di Baker Street, l’incontro tra Holmes e Watson, il metodo deduttivo presentato come una specie di numero di magia (“Da una goccia d’acqua, diceva, un logico potrebbe inferire l’esistenza dell’Atlantico”).
È anche un romanzo strano, diviso a metà tra un giallo londinese e un lungo flashback ambientato nello Utah dei mormoni — una struttura che oggi nessun editor lascerebbe passare, e che però spiega bene quanto Doyle stesse ancora cercando la forma giusta per il suo personaggio.
Il segno dei quattro (1890) introduce Mary Morstan, futura moglie di Watson, e porta Holmes a fare uso di cocaina nei momenti di noia — un dettaglio che gli adattamenti successivi tendono a smussare, ma che nel testo originale è scritto senza alcun imbarazzo. È un romanzo d’avventura più che un giallo puro, con tesori indiani, fughe sul Tamigi e un machiavellico nano armato di cerbottana: probabilmente il più “pulp” dei quattro.
Il mastino dei Baskerville (1902) è quasi certamente il romanzo per cui Sherlock Holmes viene ricordato, ed è curioso che sia stato scritto durante gli anni in cui Holmes era ufficialmente morto: Doyle lo ambienta prima degli eventi del “Problema finale”, così da poter scrivere una nuova storia senza dover ancora resuscitare il personaggio.
Il risultato è il romanzo più atmosferico di tutta la serie — la palude di Dartmoor, la leggenda del segugio infernale, un Watson che per una volta indaga da solo — e probabilmente il punto di ingresso più cinematografico per chi non ha mai letto nulla di Conan Doyle.
La valle della paura (1915) è l’ultimo romanzo, e il più ambizioso nella struttura: la prima parte è un giallo classico ambientato in un maniero inglese, la seconda è un romanzo storico-criminale ambientato in Pennsylvania, ispirato — pur senza dichiararlo — alle vicende reali dei Molly Maguires, una società segreta di minatori irlandesi.
Moriarty vi appare solo di sfuggita, come un’ombra dietro le quinte, eppure è qui che il personaggio diventa per la prima volta davvero minaccioso.
Da dove iniziare, secondo me
Se devo consigliare un solo punto di ingresso, è “Uno scandalo in Boemia”: dodici pagine che contengono già tutto — il metodo, il rapporto con Watson, l’ironia, e un finale che ridefinisce cosa significhi “vincere” per Holmes. È il racconto giusto per capire perché un personaggio inventato nel 1891 sia ancora ovunque, dalle serie TV ai meme.
Per chi invece preferisce entrare da un romanzo, andrei dritto su Il mastino dei Baskerville: ha un’atmosfera che resiste benissimo al tempo, una trama che si lascia seguire anche a chi non è abituato al linguaggio vittoriano, e non richiede di aver letto nulla prima. Le Avventure, in generale, sono il punto migliore per chi vuole leggere “tanto Holmes” senza impegnarsi in una trama lunga: ogni racconto si chiude in sé, e si può aprire la raccolta a caso senza perdere nulla.
L’unico consiglio che mi permetto è cronologico solo a metà: leggete Uno studio in rosso prima delle Avventure, perché stabilisce il rapporto Holmes-Watson da cui tutto il resto parte. Più che un ordine rigido, le opere di Arthur Conan Doyle offrono punti di ingresso diversi per lettori diversi, e per il resto l’ordine conta meno di quanto si pensi — è una delle caratteristiche che rende questo corpus, ancora oggi, così facile da abitare.
Per chi vuole continuare
Se l’argomento vi interessa anche dal lato biografico — chi era davvero Arthur Conan Doyle e perché abbia passato una vita a fare i conti con la propria creazione più famosa — ne ho parlato in modo più ampio in un altro articolo.
Se vi va di vedere cosa succede quando si prova a scrivere un nuovo caso per Holmes, restando fedeli al tono originale, ho provato a farlo io stesso in Il Caso dei Giganti di Ghiaccio, un apocrifo che si inserisce — con tutta l’incoscienza del caso — proprio in questa tradizione. Questa rassegna delle opere di Arthur Conan Doyle resta comunque un punto di partenza: il modo migliore per orientarsi è aprire un libro e cominciare da una qualunque di queste pagine.
Per approfondire: Arthur Conan Doyle e Sherlock Holmes e tutti i contenuti su Sherlock Holmes.
