Seymour “Lo Svedese” Levov ha tutto quello che l’America promette: è bello, atletico, ha sposato una Miss New Jersey, gestisce l’azienda di guanti di cuoio di famiglia nel New Jersey, ha una figlia adorata. La sua vita è una storia di successo — una di quelle storie che si raccontano al barbiere, che si usano come esempio.
Poi sua figlia fa saltare in aria un ufficio postale e uccide un uomo.
Con questo Philip Roth apre American Pastoral — e per i successivi quattrocento pagine smonta sistematicamente non solo la vita dello Svedese, ma il tipo di storia che lo Svedese si era raccontato su se stesso e sul mondo.
Philip Roth — La narrativa del sé come struttura fragile
Lo Svedese non è stupido. Non è superficiale. Ha lavorato duro, ha amato la sua famiglia, ha cercato di fare le cose giuste. Il problema è che ha costruito la sua identità su una narrativa — quella dell’America come promessa realizzabile, del lavoro duro come garanzia di risultati, della famiglia come porto sicuro — che non corrisponde alla complessità del reale.
Quando quella narrativa si incrina — quando sua figlia porta nel mezzo della sua vita perfetta il disordine, la violenza, la politica che lui aveva tenuto fuori — lo Svedese non ha strumenti per capire cosa è successo. Perché la narrativa che usava per interpretare il mondo non aveva posto per questo.
Roth chiama questo “la pastorale americana”: la versione semplificata, rassicurante, controllabile della realtà americana. Non è una bugia consapevole — è una struttura cognitiva che seleziona cosa vedere e cosa ignorare, cosa conta e cosa è rumore.
Il self-deception come struttura narrativa
Quello che rende Roth interessante — rispetto alla semplice critica dell’American Dream — è che non presenta lo Svedese come un illuso che merita quello che gli capita. Lo Svedese è genuino. La sua buona fede è autentica. Eppure la narrativa che ha costruito su se stesso è sbagliata — non perché contenga falsità esplicite, ma perché esclude sistematicamente ciò che non si adatta.
Il self-deception in Roth non è una scelta consapevole. È la conseguenza inevitabile di qualsiasi narrativa del sé: ogni storia che si racconta di se stessi lascia fuori qualcosa. E quello che lascia fuori può tornare.
Roth e la narrativa come sopravvivenza
C’è un personaggio in American Pastoral — Nathan Zuckerman, l’alter ego di Roth che narra la storia — che esplicita la tesi: non puoi mai davvero conoscere nessuno. Non sai cosa succede dentro le case degli altri. Costruisci narrative su di loro con i frammenti che vedi, e quelle narrative sono sempre parziali.
Ma senza narrativa non puoi vivere. Hai bisogno di storie su chi sei, su chi sono gli altri, su come funziona il mondo. Il problema non è avere narrativa — è dimenticare che è narrativa. È confonderla con la realtà.
Lo Svedese ha dimenticato. E questo è il prezzo.
Philip Roth non è uno scrittore che perdona i suoi personaggi, ma non è nemmeno uno scrittore che li condanna. Quello che fa — in Pastorale americana come altrove — è costruire situazioni in cui la narrazione che un individuo fa di se stesso si scontra con una realtà che quella narrazione non può contenere. Lo Svedese è l’uomo che ha fatto tutto bene, secondo i criteri che la sua cultura gli aveva fornito. Philip Roth ci dice che l’auto-comprensione è un progetto che non finisce mai — e che smettere di aggiornarlo è la forma più pericolosa di cecità.
Philip Roth ha trascorso una carriera intera a smontare le narrazioni che gli americani fanno di se stessi. Lo Svedese è il suo caso più preciso e più doloroso.
Sul tema dell’identità maschile americana in letteratura, vedi anche Faulkner e la storia che non finisce mai.
