Vittorio Tondi

Anno Domini — come Trevanian costruisce e distrugge un’identità

trevanian

Trevanian era uno pseudonimo. Dietro c’era Rodney William Whitaker, professore universitario, studioso di cinema, autore che aveva deciso che la distinzione tra letteratura alta e letteratura di genere era una convenzione e non una legge. I suoi romanzi — Eiger Sanction, Shibumi, The Loo Sanction, Anno Domini — sono genere che si interroga sul genere.

Anno Domini è il più strano di tutti. Pubblicato nel 1971 con il titolo originale The Crazyladies of Pearl Street — no, sbaglio, quello è un altro. Anno Domini è un thriller che non vuole essere un thriller. Due protagonisti, due voci, una struttura che alterna i punti di vista fino a renderli indistinguibili. L’identità dei personaggi non è data — è costruita dalla relazione tra loro.

Il tema è esplicito: cosa rimane di una persona quando le vengono tolti i documenti, la storia, il contesto? Quando l’identità è ridotta a funzione — spia, agente, strumento — cosa c’è sotto? Trevanian non risponde. Fa la domanda con più precisione possibile, poi lascia il lettore a farsene carico.

Trevanian — Lo pseudonimo come dichiarazione

Che Whitaker scrivesse come Trevanian non è un dettaglio biografico irrilevante. È parte del progetto. Un professore universitario che scrive thriller di spionaggio sotto pseudonimo sta esattamente facendo quello che i suoi personaggi fanno: costruirsi un’identità alternativa per agire in un contesto che non lo riconoscerebbe altrimenti.

Trevanian era più sofisticato intellettualmente di quanto il genere richiedesse. I suoi romanzi sono pieni di digressioni culturali, di analisi del linguaggio, di riflessioni sulla narrativa stessa. In Shibumi, il protagonista è un maestro di Go che ha sviluppato una filosofia dell’azione minimale. Non è un thriller — è un saggio sulla semplicità travestito da thriller.

Whitaker aveva scelto il genere non per abbassare le proprie ambizioni ma per testarle in un contesto più difficile. Scrivere un romanzo letterariamente sofisticato che sia anche un thriller funzionante è più difficile che scrivere solo uno dei due. Era una sfida che si era posto da solo — e che aveva risolto con risultati discontinui ma quando funzionava, straordinari.

L’identità come performance

In Anno Domini, come in tutta l’opera di Trevanian, l’identità è sempre una performance. I personaggi sanno chi sono in relazione a cosa devono fare. Quando il compito finisce, o quando il sistema che li ha creati li tradisce, rimangono senza coordinate.

È la condizione moderna per eccellenza: l’identità costruita dalla funzione sociale, dall’occupazione, dal ruolo. Il lavoro finisce e ci si scopre senza un sé che preceda il lavoro. La spia non sa chi è senza la missione. Il professionista non sa chi è senza la carriera. Il personaggio senza plot non sa come comportarsi.

Trevanian scriveva di spie perché le spie rendevano visibile questa condizione in modo estremo. Ma la condizione non appartiene alle spie — appartiene a chiunque abbia costruito la propria identità su una funzione piuttosto che su una scelta.

Questo è il motivo per cui certi romanzi di genere sopravvivono alle mode. Non perché siano migliori dei romanzi letterari — ma perché prendono sul serio le domande che fingono di fare solo per divertire. Trevanian le prendeva sul serio. E si vede.