Vittorio Tondi

Ubik di Philip K. Dick: quando la realtà collassa

Ubik di Philip K. Dick - texture di luce frammentata viola e rosa, simbolo della realtà che collassa

Ci sono romanzi che raccontano un mondo che finisce, e romanzi che raccontano il mondo che finisce mentre lo stai leggendo. Ubik di Philip K. Dick appartiene alla seconda categoria: nel corso delle sue pagine la realtà stessa comincia a deteriorarsi, a tornare indietro nel tempo, a perdere coerenza — e il lettore non ha alcun appiglio più solido di quello dei personaggi. È uno dei romanzi in cui Dick porta alle estreme conseguenze la domanda che attraversa tutta la sua opera: cosa significa, esattamente, che qualcosa è reale?

Pubblicato nel 1969, Ubik arriva nel momento di massima produttività di Philip K. Dick, quando lo scrittore pubblicava più romanzi all’anno lavorando sotto pressioni economiche enormi e in condizioni personali spesso difficili. Eppure è proprio in questi anni che Dick scrive alcuni dei suoi libri più ambiziosi e meglio costruiti, e Ubik di Philip K. Dick è quasi sempre citato, insieme a poche altre opere, come il punto più alto della sua narrativa più squisitamente “metafisica”: quella in cui il vero nemico non è un’invasione aliena o un regime totalitario, ma la possibilità che il mondo intero sia un’allucinazione condivisa, o peggio, una mappa che si sta silenziosamente disintegrando sotto i nostri piedi.

Di cosa parla Ubik di Philip K. Dick: la trama (senza spoiler decisivi)

Il protagonista è Joe Chip, tecnico della Runciter Associates, un’agenzia specializzata in un servizio molto particolare: neutralizzare telepati e precognitivi assoldati dalla concorrenza aziendale per spiare o sabotare. Il capo dell’agenzia, Glen Runciter, guida un gruppo di “inerziali” — persone capaci di annullare i poteri psichici altrui — tra cui spicca Pat Conley, una nuova recluta con un’abilità che sembra andare ben oltre la norma: la capacità di alterare il passato stesso.

Quando il gruppo viene convocato sulla Luna per un incarico apparentemente di routine, qualcosa va storto: un’esplosione coinvolge Runciter, che muore — o almeno, questo è quello che i suoi collaboratori credono di vedere. Da quel momento, per Joe Chip e per il resto della squadra, la realtà comincia a comportarsi in modo sempre più anomalo. Le monete in tasca portano date sempre più vecchie. Gli oggetti di uso quotidiano regrediscono a versioni precedenti, più antiquate, dello stesso prodotto. Il cibo si decompone in pochi minuti. E ovunque, su giornali, confezioni, pubblicità, comincia a comparire il nome di un prodotto misterioso: Ubik.

Il mondo che si disfa: l’entropia come motore narrativo

Quello che rende Ubik di Philip K. Dick diverso da un semplice romanzo di fantascienza con un colpo di scena è il modo in cui Dick trasforma un concetto fisico — l’entropia, il naturale degrado di un sistema verso il disordine — nel motore stesso della paura. Non c’è un mostro, non c’è un nemico armato: c’è solo il mondo che, lentamente e poi sempre più velocemente, smette di funzionare secondo le regole che i personaggi (e i lettori) avevano sempre dato per scontate.

È un tema che Dick aveva già esplorato, in forme diverse, in molti dei suoi romanzi precedenti: la sensazione che la realtà percepita sia un’interfaccia fragile, dietro la quale si nasconde qualcosa di completamente diverso. Se vi interessa seguire questo filo attraverso l’intera opera di Dick, e non solo in Ubik, ne ho parlato in modo più ampio in questo articolo sulla versione del mondo di Philip K. Dick, dove provo a metterne a fuoco l’ossessione di fondo. In Ubik, però, questa idea diventa fisica, misurabile, quasi tattile: i personaggi vedono letteralmente gli oggetti intorno a loro tornare indietro nel tempo, e ogni ritorno è un piccolo terremoto nella percezione di cosa sia reale.

Joe Chip e Glen Runciter: chi è vivo, chi è morto, chi decide

Al centro di Ubik di Philip K. Dick c’è un dispositivo narrativo che Dick userà, in forme diverse, anche altrove: la “semi-vita”, una condizione di sospensione in cui una persona appena deceduta può continuare per un periodo limitato una forma ridotta di coscienza, comunicando con i vivi attraverso apparecchiature dedicate. È un’idea che mescola fantascienza e angoscia molto concreta — la paura di non essere del tutto morti, ma nemmeno più davvero vivi — e che Dick usa per costruire uno dei suoi rompicapi più elaborati.

Senza entrare nei dettagli della trama, il romanzo gioca costantemente con la domanda: chi, tra Joe Chip e Glen Runciter, è davvero ancora “dall’altra parte”? E quale delle due realtà che il romanzo ci mostra — quella di prima dell’esplosione o quella, sempre più corrosa e instabile, di dopo — è quella “vera”? Dick non offre mai una risposta comoda, e anche il finale di Ubik di Philip K. Dick, da decenni, viene letto e riletto dai lettori in modi diversi, senza che nessuna interpretazione riesca a chiudere completamente il cerchio. È, probabilmente, voluto: il romanzo non vuole risolvere l’ansia che racconta, vuole farla provare.

Cos’è davvero «Ubik»? La pubblicità come salvezza (e come inganno)

Uno degli elementi più memorabili — e più stranianti — di Ubik di Philip K. Dick è la struttura stessa dei capitoli: ognuno si apre con un breve annuncio pubblicitario parodistico per il prodotto “Ubik”, che nel corso del romanzo assume le forme più disparate — una birra, un caffè istantaneo, un deodorante, un colluttorio — ognuna con il suo slogan da spot televisivo, sempre un po’ fuori fuoco, sempre leggermente inquietante.

Dick, che aveva un rapporto ambivalente e spesso satirico con il consumismo americano degli anni Sessanta, costruisce così un controcanto comico al terrore che cresce nella narrazione principale. Ma, capitolo dopo capitolo, questi annunci cambiano tono, fino a culminare in una delle pagine più citate di tutta la fantascienza americana, in cui “Ubik” smette di essere un prodotto da banco e si presenta quasi come una forza cosmica, quasi divina, che si rivolge direttamente al lettore. È un salto che anticipa di diversi anni le riflessioni più esplicitamente religiose e gnostiche che Dick avrebbe sviluppato nell’ultima parte della sua vita e della sua opera — un periodo segnato anche da vicende personali molto turbolente, di cui ho parlato più nel dettaglio in questo articolo.

Perché Ubik ha anticipato Matrix e mezzo secolo di fantascienza sulla realtà simulata

È quasi impossibile, oggi, leggere Ubik di Philip K. Dick senza pensare a tutto quello che è venuto dopo: Matrix, Dark City, Inception, e in generale l’intero filone di opere — letterarie, cinematografiche, videoludiche — costruite sull’idea che la realtà percepita sia una costruzione instabile, manipolabile, potenzialmente falsa. Dick non ha “inventato” da solo questo tema, che ha radici filosofiche antiche, ma Ubik resta uno dei testi in cui questa idea viene tradotta in narrativa con la massima efficacia, senza bisogno di spiegazioni tecniche o di un apparato fantascientifico complesso: bastano monete che invecchiano e cibo che marcisce in pochi minuti.

Anche al di fuori di Ubik, l’influenza di Philip K. Dick sulla cultura popolare contemporanea è difficile da sovrastimare: da Blade Runner a Minority Report, gran parte dell’immaginario fantascientifico degli ultimi cinquant’anni passa, direttamente o indirettamente, attraverso le sue idee — un’eredità che, secondo diversi studiosi della sua opera, è oggi più rilevante che mai (come ricostruito anche su Wikipedia).

Perché leggere oggi Ubik di Philip K. Dick

Viviamo in un’epoca in cui la domanda al centro di Ubik di Philip K. Dick — come faccio a sapere che quello che sto percependo è reale? — non è più soltanto un esercizio filosofico o un espediente narrativo. Tra deepfake, intelligenze artificiali generative, realtà virtuali sempre più convincenti e un dibattito pubblico in cui anche i fatti più verificabili vengono messi in discussione, il “rumore” che Dick descriveva nel 1969 — la sensazione che il pavimento sotto i piedi non sia poi così solido — è diventato per molti versi un’esperienza quotidiana.

Ubik di Philip K. Dick non offre soluzioni, e nemmeno consolazioni facili. Quello che offre è un modo per guardare in faccia questa sensazione, attraverso una storia che riesce a essere insieme un thriller di fantascienza con i ritmi giusti, una commedia nera sul consumismo e una riflessione genuinamente angosciante su morte, identità e percezione. È un romanzo breve, denso, che si legge in pochi giorni — ma che, una volta finito, è difficile smettere di rigirarsi in testa.

Domande frequenti su Ubik di Philip K. Dick

Di che anno è Ubik di Philip K. Dick e in che periodo è ambientato? Il romanzo è stato pubblicato nel 1969 ed è ambientato in un futuro allora non troppo lontano, gli anni Novanta del Novecento — una scelta tipica di Dick, che preferiva futuri prossimi e riconoscibili piuttosto che epoche remote.

Ubik è collegato ad altri romanzi di Philip K. Dick? Non fa parte di un ciclo o di una serie in senso stretto, ma condivide temi, atmosfere e in alcuni casi persino nomi di aziende e personaggi con altri romanzi dello stesso periodo, ed è spesso letto insieme ad altre opere della fase più “metafisica” di Dick.

Qual è il significato del titolo “Ubik”? Il nome richiama la radice latina “ubique”, ovunque, e nel romanzo il prodotto “Ubik” finisce per rappresentare proprio questo: qualcosa che, nelle sue forme diverse, è presente — o necessario — ovunque, fino ad assumere un significato che va ben oltre quello di un semplice spray o di una bibita.

Da dove iniziare se non ho mai letto Philip K. Dick? Ubik di Philip K. Dick è un ottimo punto d’ingresso: è relativamente breve, ha un ritmo da thriller e introduce in modo molto diretto i grandi temi — realtà, identità, percezione — che attraversano gran parte della sua opera, senza richiedere conoscenze pregresse di altri suoi romanzi.