Il vapore e il pensiero — quello che oggi chiamiamo intelligenza artificiale — non sembrano avere niente in comune, eppure condividono lo stesso destino: sono arrivati prima della teoria che li spiegava. Quando, alla fine del Settecento, James Watt perfezionò la macchina a vapore, nessuno al mondo sapeva cosa fosse l’energia. La macchina tirava i pistoni, muoveva i telai, faceva girare le ruote — funzionava, e funzionava benissimo. Ma per quasi cinquant’anni restò un oggetto senza scienza: si sapeva come usarla, non si sapeva cosa si stesse usando.
Watt, Carnot e il ritardo tra il vapore e il pensiero
Fu Sadi Carnot, nel 1824, a porsi la domanda giusta: non “come migliorare la macchina”, ma “cosa rende possibile, in linea di principio, trasformare il calore in lavoro”. Studiando il rendimento delle macchine a vapore, Carnot non scoprì un trucco tecnico. Scoprì un limite universale — lo stesso che oggi chiamiamo secondo principio della termodinamica — una legge che vale per i motori, per le stelle, per ogni sistema che trasforma energia. La macchina era arrivata prima. La scienza dell’energia nacque per spiegare cosa quella macchina stesse già facendo, da decenni, senza che nessuno lo sapesse.
Quel ritardo non è un dettaglio storico curioso. È la forma che prende ogni volta che una tecnologia funziona prima di essere capita. E oggi, con l’intelligenza artificiale, siamo di nuovo lì: abbiamo macchine che funzionano sorprendentemente bene, e una manciata di teorie — alcune solide, molte improvvisate — che corrono dietro per spiegare perché.
Una domanda semplice, una risposta inattesa
C’è un momento che, prima o poi, capita a chiunque passi del tempo a conversare con un’intelligenza artificiale: in mezzo a uno scambio qualsiasi, magari su un argomento personale — di quelli che si raccontano meglio a chi non può giudicarti — arriva una risposta che non ci si aspettava. Non sbagliata, non magica. Solo: non prevista.
È il momento in cui ci si ferma a guardare lo schermo e ci si fa la domanda sbagliata, quella che fanno quasi tutti davanti a un episodio così: “ma questa cosa, in qualche modo, capisce quello che le sto dicendo?” È una domanda senza uscita — non si può rispondere sì, non si può rispondere no, e infatti buona parte del dibattito pubblico sull’IA resta incastrata esattamente lì, da entrambe le parti della discussione.
A un certo punto, ripensando a quel momento, torna in mente la macchina a vapore — e si capisce l’errore: si stava guardando la macchina aspettandosi che fosse lei, da sola, a spiegarsi.
Non vi spiego l’IA. Vi spiego cosa l’IA spiega di noi
Questa newsletter — e il libro che ne nascerà — parte da un cambio di prospettiva semplice da dire e difficile da mantenere: non userò questo spazio per spiegarvi come funziona l’intelligenza artificiale. Ci sono già ottimi divulgatori che lo fanno, e lo fanno meglio di quanto potrei fare io. Userò questo spazio per qualcosa che, mi sono accorto, quasi nessuno fa: usare l’intelligenza artificiale come uno specchio insolito, costruito apposta per farci vedere meccanismi che nella nostra testa sono sempre stati lì, invisibili perché troppo familiari.
L’attenzione, per esempio. Il modo in cui un transformer — l’architettura dietro ChatGPT e modelli simili — decide a cosa “guardare” in una frase non è poi così diverso dal modo in cui, in una stanza piena di gente che parla, il cervello isola una sola voce e lascia che le altre diventino rumore di fondo. Nessuno aveva mai dovuto costruire un meccanismo del genere da zero, in codice, prima d’ora. E costruirlo da zero ha costretto chi lo faceva a renderlo esplicito: a dargli un nome, una formula, dei numeri. Per la prima volta nella storia abbiamo un modello matematico funzionante di qualcosa che la filosofia discute da millenni senza riuscire a misurarlo.
Di cosa parleremo, articolo per articolo
Nei prossimi articoli entreremo in questi meccanismi uno alla volta, e ogni volta li useremo per guardare qualcosa di umano da un’angolazione nuova: la finestra di contesto e perché due persone sposate da vent’anni si capiscono a metà frase, l’attenzione e il metodo di Sherlock Holmes, la memoria di un transformer letta accanto alle Confessioni di Agostino. Lo abbiamo già fatto una volta, parlando dell’intervallo che alcuni modelli oggi si concedono prima di rispondere: trovate l’articolo qui, ed è il prototipo di tutto quello che seguirà.
Il patto è questo: non tratteremo l’intelligenza artificiale come un manuale d’istruzioni da spiegare. La useremo come una macchina a vapore appena inventata, di cui non abbiamo ancora la teoria — e proveremo a scriverla insieme, un articolo alla volta, guardando ogni volta cosa rivela di noi prima ancora di cosa dice di lei.
