Vittorio Tondi

Vittorio Tondi: questo sono io

Taccuino aperto con penna e matite su scrivania in legno - Vittorio Tondi

Mi chiamo Vittorio Tondi. Scrivo di narrativa, marketing e dei collegamenti tra i due mondi. Trovi qui le cose che trovo interessanti — e le ragioni per cui le trovo tali.

C’è un formato che conosco bene: il profilo LinkedIn. Centoventi caratteri, poi il riepilogo, poi le esperienze in ordine inverso. È un documento progettato per dire chi sei nel minor tempo possibile, con il minor rischio possibile di fraintendimenti. Funziona bene per questo. Il problema è che non è mai abbastanza.

Gennaio 2025. Ho pensato che fosse il momento giusto per scrivere qualcosa di diverso. Non una bio compressa. Qualcosa che stia in piedi da solo — che dica, con più spazio e meno ottimizzazione, cosa faccio e perché, e dove si incontrano le cose che di solito tengo in compartimenti separati.

Quindi: eccomi qui.

Vittorio Tondi e il marketing che non suona mai come dovrebbe

Dal 2012 fondo Dean&Vial — un’agenzia di branding e digital marketing che ho fondato con due soci a Roma. Facciamo quello che si chiama “comunicazione strategica”, che è un modo elegante per dire: aiutiamo le aziende a capire cosa sono davvero, e poi a dirlo in un modo che qualcuno ci creda. A volte le aziende stesse.

Ho una laurea in linguistica e comunicazione, il che significa che ho passato anni a smontare come funziona il linguaggio: come i significati slittano, come le parole fanno cose oltre a descriverle, perché le stesse parole in bocche diverse producono effetti completamente diversi. È utile nel branding molto più di quanto sembri. Forse è l’unica cosa davvero utile che ho imparato all’università.

Il lavoro di agenzia mi ha insegnato una cosa che i libri di marketing non dicono mai abbastanza chiaramente: la comunicazione non è quello che dici. È quello che rimane nell’altro dopo che hai finito di parlare. Il resto è rumore — bello o brutto, ma rumore.

Il romanzo che non avrei dovuto scrivere, e gli altri tre che sono seguiti

Nel 2011 ho scritto il mio primo romanzo. Si chiama Anno Domini. È un libro sul confine tra crescita e ossessione — quell’area grigia in cui non sai più se stai costruendo qualcosa o stai solo cercando un modo per non fermarti. L’ho scritto come si scrive a trent’anni: convinto di avere qualcosa di importante da dire, non del tutto sicuro di cosa.

Poi sono arrivati altri. Nel 2025 esce I Sette Fantasmi della Repubblica: una distopia politica italiana, un attentato, i meccanismi del potere che si spostano dove non li stai guardando. È il tipo di romanzo che scrivi quando ti rendi conto che la realtà ha già superato alcune delle cose che immaginavi che avrebbe almeno cercato di evitare.

Scrivo di potere e di come si deforma. Di individui che resistono a sistemi che li vorrebbero diversi. Di realtà che non sono mai solo quello che sembrano. Non è un tema scelto con cura una mattina davanti al caffè — è il tema che continua a trovarmi, qualunque storia io stia cercando di raccontare.

Il rapporto tra la scrittura di romanzi e il lavoro di branding è meno strano di quanto sembri. In entrambi i casi cerchi di costruire qualcosa che regga — una narrazione coerente, un sistema di significati che non si smonta appena lo guardi da un’angolazione diversa. La differenza è che nei romanzi puoi permetterti di lasciare le cose aperte. Nel branding il cliente preferisce che tu abbia una risposta.

L’ossessione per le cose che stanno nel mezzo

C’è qualcosa che accomuna tutto quello che faccio, e ci ho messo anni a capire cos’era: il fastidio per le categorie troppo nette.

Non mi piace “tecnico” contrapposto a “creativo”. Non mi piace “lavoro” separato da “passione”. Non mi convince “razionale” contro “emotivo”, “dati” contro “storie”, “strategia” contro “intuizione”. Le cose interessanti stanno sempre nel mezzo — nel punto in cui due sistemi che sembrano incompatibili si toccano e producono qualcosa che nessuno dei due avrebbe generato da solo.

Per questo trovo difficile stare dentro un solo ambito per troppo tempo. L’intelligenza artificiale mi interessa non perché sia il futuro del marketing — anche se probabilmente lo è — ma perché costringe a fare domande su come funziona il pensiero, l’attenzione, la comprensione. Sono le stesse domande che mi faccio leggendo Krishnamurti o lavorando su un personaggio complesso. Cambiano i vocabolari. Il problema di fondo è lo stesso.

Cosa trovi qui

Questo sito è uno spazio in cui le cose si mescolano senza doversi giustificare.

Ci sono riflessioni sull’intelligenza artificiale, scritte da qualcuno che la usa ogni giorno, ci ragiona sopra e non riesce a smettere di chiedersi dove stia andando davvero. Ci sono letture — Winslow, Wilde, Conan Doyle, Philip K. Dick — lette come si leggono le cose che ti cambiano un’idea o te ne confermano un’altra. Ci sono i miei libri, che sono il modo in cui raggiungo le cose che non riesco a dire nei format brevi. E ci sono articoli sul branding e sulla comunicazione, in cui cerco di dire qualcosa di utile su quello che faccio da quindici anni.

Non è un blog tematico. È più simile a un taccuino aperto — il tipo di taccuino in cui scrivi cose che sembrano slegate e poi, rileggendole, ti accorgi che stavano parlando tra loro tutto il tempo. Storie che guardano dove gli altri non guardano. È la cosa che mi ha sempre interessato di più, in qualsiasi campo.

La parte in cui ammetto che non ho finito

Sono a Roma, ho passato i quaranta con una certa serenità e sto lavorando al prossimo libro. Nel mezzo: una famiglia che non lascia mai troppo silenzio intorno — il che, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, aiuta a scrivere meglio. Il silenzio totale è sopravvalutato.

C’è una frase che mi è rimasta in testa da qualche anno e che non riesco a togliermi: the only easy day was yesterday. Non come slogan militare — come struttura mentale. L’unico giorno in cui le cose erano sistemate è quello che è già passato. Il presente è sempre work in progress.

Scrivo, lavoro, leggo. Faccio le stesse domande da vent’anni con strumenti diversi.

Se hai qualcosa da dire — sono raggiungibile. Mi fa piacere ascoltare.

Leggi anche: brand storytelling — Joseph Campbell e il viaggio dell’eroe

Se vuoi approfondire il tema della Vittorio Tondi content strategy e storytelling, puoi esplorare anche le riflessioni su content marketing su Wikipedia.