Vittorio Tondi

Il deserto e il volto

Sintomi o cause — Putin, Trump, Medio Oriente come dispositivi dell'attenzione

Siamo partiti, all’inizio di questa serie, da un orologio fermo a 85 secondi dalla mezzanotte. Chiudo con la motivazione che gli scienziati del Bulletin hanno dato per quello spostamento, perché contiene — nascosta in due parole — l’intera questione di quest’ultima puntata. La motivazione è: fallimento della leadership.

Formula perfetta, a suo modo. Perfetta perché indecidibile: accusa gli individui (“leadership”) usando una categoria strutturale (“fallimento” di una funzione, non di una persona). È la stessa ambiguità della domanda che mi è stata posta nella conversazione da cui è nata questa serie, e che pongo ora a voi nella sua forma nuda: Putin, Trump, il Medio Oriente in fiamme — sono sintomi o cause?

Tolstoj contro Carlyle

La domanda è antica, ed è la questione fondativa della filosofia della storia. Thomas Carlyle sosteneva che la storia del mondo non è che la biografia dei grandi uomini: individui eccezionali che piegano gli eventi. Tolstoj, nelle pagine teoriche di Guerra e pace, sosteneva l’esatto contrario: Napoleone che si crede il regista dell’invasione della Russia è in realtà l’ultimo dei suoi ingranaggi, trascinato da forze — demografiche, economiche, spirituali — che nessuna volontà individuale governa; il comando è un’illusione ottica che la storia concede ai potenti per poi smentirli.

L’argomento tolstojano — i leader come sintomi — è forte, per i nostri tre casi. Il revanscismo russo preesisteva al suo interprete attuale: il risentimento per lo status perduto, l’economia di rendita che seleziona élite estrattive, una tradizione secolare di autocrazia difensiva. Togli l’uomo nel 2000, e le strutture restano lì, in attesa di un altro nome. Il fenomeno Trump, alla luce della puntata sull’elefante, è leggibile come la fattura presentata dall’avvallamento della curva: la fascia che ha pagato il livellamento globale ha cercato un rappresentante del proprio risentimento, e l’avrebbe trovato comunque — la prova epidemiologica è che fenomeni analogi sono emersi simultaneamente in decine di democrazie, con leader diversissimi tra loro. Quando la stessa sindrome compare ovunque, la causa non è il singolo paziente: è la struttura, non il sintomo.

E il conflitto mediorientale ha radici — demografia, terra, due nazionalismi speculari, il trauma come fondamento identitario da entrambe le parti — che precedono di un secolo qualunque leadership attuale.

Ma l’argomento carlyliano non è liquidabile, e la storiografia seria lo sa. Le strutture creano possibilità; gli individui scelgono dentro le possibilità, e certe scelte sono biforcazioni reali, non recite di un copione. La decisione di invadere l’Ucraina nel febbraio 2022 non era strutturalmente obbligata: un altro leader, con lo stesso identico risentimento a disposizione, avrebbe potuto proseguire per decenni la strategia precedente dell’erosione senza guerra aperta. Lì l’individuo ha contato, ed enormemente: qui leader e strutture sono davvero sintomi o cause insieme.

E c’è un paradosso che rende tutto più instabile: i sistemi in crisi aumentano il peso degli individui. In un sistema istituzionale sano il leader è quasi intercambiabile, perché le istituzioni assorbono e correggono; in un sistema degradato, la varianza individuale diventa la variabile dominante. Più le strutture si indeboliscono, più la storia torna carlyliana. Il che significa che la risposta alla domanda sintomi-o-cause non è fissa: si sposta nel tempo, e si sposta verso gli individui proprio mentre le cose peggiorano.

La febbre a 41 gradi

La sintesi che propongo è epidemiologica: sintomi che retroagiscono come cause. Pensate a una febbre. Nasce come sintomo, risposta a un’infezione che c’era prima. Ma oltre i quaranta gradi la febbre smette di essere solo un segnale: comincia a danneggiare essa stessa l’organismo, a cuocere le proteine che dovrebbe difendere. Diventa causa, pur restando sintomo.

Così i nostri tre casi: ciascuno è emerso da condizioni strutturali — declino percepito, risentimento distributivo, trauma storico — ma una volta al potere ha agito sulle strutture stesse: indebolendo istituzioni, normalizzando linguaggi, creando precedenti. Cosicché la prossima generazione di leader non emergerà dal paesaggio che li ha prodotti, ma dal paesaggio che loro hanno modificato. Non è una freccia causale, è un anello. E gli anelli non si spezzano rispondendo alla domanda “chi ha cominciato”: si spezzano intervenendo sul punto dell’anello che è effettivamente alla nostra portata.

L’inquadratura

Ed eccoci al punto verso cui tutta la serie ha camminato. Perché la domanda sintomo-o-causa non è solo una questione teorica: è un dispositivo dell’attenzione, e le due risposte producono due politiche.

Se rispondi “cause”, l’attenzione va sulle persone. Ne discende una politica dell’attesa: passeranno, invecchieranno, perderanno le elezioni, e il problema se ne andrà con loro. È la lettura più consolante — e la più smobilitante, perché delega la soluzione all’anagrafe. Se rispondi “sintomi”, l’attenzione va sulle condizioni: il risentimento dell’avvallamento dell’elefante, la molla di Cantillon che si carica, le istituzioni che si erodono, la paura di Sparta. Condizioni meno narrabili — non hanno un volto, non rilasciano interviste — ma trattabili: sono fatte di fisco, regole, distribuzione, istruzione, cose su cui le società hanno effettivamente delle leve.

E qui devo dire perché i media, strutturalmente e non per malafede, scelgono sempre la prima lettura. C’è una scena, ne Il buono, il brutto e il cattivo di Sergio Leone, che considero la più precisa lezione di teoria dell’attenzione mai filmata: Tuco che corre nel cimitero di Sad Hill cercando la tomba con l’oro, sulla musica di Morricone, la voce di Edda Dell’Orso che sale — e la macchina da presa che fa una cosa sola, sistematicamente: sfoca il mondo e mette a fuoco l’oggetto del desiderio. Le migliaia di croci diventano una macchia rotante; esiste solo ciò che Tuco cerca. Leone non sta filmando un uomo che corre: sta filmando l’attenzione stessa — un ego interamente dissolto nel suo oggetto, un mondo ridotto a sfondo.

Ecco: il racconto funziona così, per costituzione. Il volto si inquadra, il deserto no. Tuco si narra, Sad Hill è solo scenografia. I leader si raccontano — hanno occhi, tic, biografie — mentre le strutture non concedono primi piani. Ed è più economico, narrativamente, inquadrare Tuco che il deserto.

Ma tutta questa serie, se ha dimostrato una cosa, ha dimostrato che il deserto è la storia vera. Riavvolgiamola in cinque righe. L’orologio della prima puntata non misurava niente: indicava dove guardare — e la cosa da guardare non erano i prezzi ma la catena del debito. Cantillon ci ha mostrato che la redistribuzione decisiva avviene nella sequenza, che è invisibile alla statistica ufficiale: sta fuori dall’inquadratura per costruzione. I cavalieri di Scheidel ci hanno detto come si scarica la molla che nessuno guarda caricarsi.

L’elefante di Milanović ci ha mostrato il grande perdente della globalizzazione: la sola fascia dell’umanità rimasta fuori fuoco per trent’anni, finché non ha iniziato a votare. E Tucidide, letto parola per parola, ci ha consegnato la formula generale: non è l’ascesa che rende la guerra inevitabile — è l’ascesa più la paura, il dato più la lettura del dato. In tutti e quattro i casi in cui la trappola fu disinnescata, qualcuno cambiò l’inquadratura, non i rapporti di forza. Quella è sempre stata la domanda: sintomi o cause.

Questo non assolve i volti. Dice una cosa diversa e più dura: che quando questi volti usciranno di scena — e usciranno, l’anagrafe non perdona nessuno — se il deserto resta quello, il deserto ne produrrà altri. Prendersela con Tuco è legittimo; scambiarlo per la causa del cimitero è l’errore.

Congedo: sintomi o cause, e cosa fare con la risposta

Non so a che ora è la mezzanotte. Nessuno lo sa: né la finanziaria, né quella atomica, né le altre. Ma so — e questa serie è stata il tentativo di dimostrarlo pezzo per pezzo — che tra il dato e la catastrofe c’è sempre un passaggio intermedio, ed è la percezione; e che la percezione non è un fatto atmosferico: si costruisce, si governa, si sceglie. Sparta non era obbligata ad avere paura. Londra scelse di non averne. La differenza tra i dodici casi e i quattro non fu nei rapporti di forza: fu in una decisione su dove guardare.

Non possiamo prevedere la mezzanotte. Possiamo scegliere l’inquadratura. E la scelta dell’inquadratura — cosa mettiamo a fuoco, cosa lasciamo sfocato, a chi concediamo il primo piano e a quale deserto neghiamo lo sguardo — è l’unico atto autenticamente politico che nessuna struttura può compiere al posto nostro. È poco, rispetto alle forze in campo. È anche, a ben vedere, tutto ciò che serve.


Questa è la 6ª e ultima puntata della serie L’orologio della mezzanotte. Sei articoli, un filo rosso: i meccanismi che trasformano la disuguaglianza in crisi.

Puntata precedente: La trappola di Tucidide — 16 casi storici, 12 guerre, 4 disinneschi.

Grazie a chi è arrivato fin qui. La serie nasce da una conversazione, e alle conversazioni vorrebbe tornare: le obiezioni sono benvenute quanto i consensi, forse di più.