Vittorio Tondi

La trappola di Tucidide

Trappola di Tucidide — 16 casi storici di scontro tra potenze, 12 guerre

La trappola di Tucidide comincia da una frase. perché tutto sta nella frase. Tucidide, generale ateniese esiliato e primo storico scientifico dell’Occidente, scrive nella Guerra del Peloponneso che di quel conflitto — il conflitto che distrusse il mondo greco classico — esistevano le cause dichiarate, gli incidenti diplomatici, i torti reciproci; e poi esisteva la causa più vera e meno confessata: fu l’ascesa di Atene, e la paura che questa instillò in Sparta, a rendere la guerra inevitabile.

Da semantico, non posso non fermarmi sulla costruzione. La frase ha due soggetti, non uno. Il primo è un fatto materiale: l’ascesa di Atene — misurabile in navi, tributi, alleati. Il secondo è un fatto percettivo: la paura di Sparta — che non sta nel mondo, sta in una lettura del mondo. E l’inevitabilità, si noti, non discende dal primo soggetto ma dalla congiunzione dei due. Tucidide non dice che le ascese causano le guerre: dice che le ascese più le paure le causano. Venticinque secoli di commentatori hanno spesso letto solo il primo soggetto. Il secondo è quello che conta, e ci torneremo.

Il censimento di Allison: la trappola di Tucidide in 16 casi

Graham Allison, politologo di Harvard, decano degli studi strategici americani, ha preso quella frase e ne ha fatto un programma di ricerca sulla trappola di Tucidide: il Thucydides Trap Project del Belfer Center. La domanda operativa: negli ultimi cinquecento anni, tutte le volte che una potenza in rapida ascesa ha minacciato di scalzare una potenza dominante, com’è andata a finire? Il censimento ha prodotto sedici casi. Dodici sono finiti in guerra.

Ecco la tabella (la codifica di alcuni casi varia leggermente tra le versioni del Case File; questa è la sostanza):

# Periodo Potenza dominante Potenza in ascesa Esito
1 Fine XV sec. Portogallo Spagna Pace (Tordesillas, 1494)
2 Prima metà XVI sec. Francia Asburgo Guerra (guerre d’Italia)
3 XVI–XVII sec. Asburgo Impero Ottomano Guerra
4 Prima metà XVII sec. Asburgo Svezia Guerra (Trent’anni)
5 XVII sec. Repubblica olandese Inghilterra Guerra (anglo-olandesi)
6 Fine XVII–XVIII sec. Francia Gran Bretagna Guerra
7 Fine XVIII–inizio XIX Regno Unito Francia Guerra (napoleoniche)
8 Metà XIX sec. Francia e Regno Unito Russia Guerra (Crimea)
9 Metà XIX sec. Francia Prussia/Germania Guerra (1870)
10 Fine XIX–inizio XX Cina e Russia Giappone Guerra
11 Inizio XX sec. Regno Unito Stati Uniti Pace
12 Inizio XX sec. Regno Unito (con Francia e Russia) Germania Guerra (Prima mondiale)
13 Metà XX sec. URSS, Francia, Regno Unito Germania Guerra (Seconda mondiale)
14 Metà XX sec. Stati Uniti Giappone Guerra (Pacifico)
15 1940–1980 Stati Uniti Unione Sovietica Pace (Guerra fredda)
16 Dal 1990 Regno Unito e Francia Germania riunificata Pace (integrazione europea)

Dodici a quattro. Ma la statistica grezza è la parte meno interessante della tabella. La parte utile sono i quattro casi in fondo alla colonna di destra — perché quattro meccanismi diversi hanno disinnescato la stessa trappola, e ciascuno è una lezione a sé.

I quattro disinneschi

Portogallo e Spagna, 1494: l’arbitro. Le due potenze iberiche, in rotta di collisione per il dominio degli oceani appena aperti, accettarono un giudice esterno riconosciuto da entrambe — il Papa — che con il Trattato di Tordesillas divise letteralmente il mondo in due con una riga sulla carta. Metodo rozzo, ma funzionò: la competizione fu incanalata in domini separati invece che nello scontro.

Regno Unito e Stati Uniti, inizio Novecento: la cessione. È il caso più istruttivo e meno raccontato. Londra, egemone in declino relativo, stretta dalla minaccia tedesca in Europa, fece una scelta strategica quasi senza precedenti: cedette. Su ogni disputa con Washington — i confini del Venezuela, l’Alaska, il canale di Panama — accomodò sistematicamente, scommettendo che un mondo dominato da un cugino culturale e istituzionale fosse un esito accettabile. Il declino relativo, accettato invece che combattuto, si trasformò in una staffetta anziché in una guerra.

Stati Uniti e Unione Sovietica: la deterrenza. L’arma nucleare rese il costo della guerra diretta superiore a qualsiasi premio immaginabile, e la rivalità — che restò totale, ideologica, planetaria — fu incanalata in domini surrogati: guerre per procura, corsa allo spazio, scacchi, olimpiadi. La trappola non fu disinnescata: fu congelata da un terrore condiviso e amministrato con protocolli, telefoni rossi, trattati sugli armamenti.

Germania e vicini europei, dopo il 1990: la gabbia condivisa. La potenza in ascesa — una Germania riunificata che spaventava chiunque avesse memoria — scelse di auto-imbrigliarsi dentro istituzioni comuni: moneta condivisa, mercato comune, sovranità messa in comune. L’Unione Europea, letta così, è il più sofisticato dispositivo anti-Tucidide mai costruito: la trappola disinnescata rendendo l’ascesa dell’uno strutturalmente indistinguibile dall’interesse degli altri.

Arbitro, cessione, deterrenza, gabbia. Applicate la griglia al caso che tutti abbiamo in mente — Stati Uniti e Cina — e il quadro si fa nitido e scomodo: un arbitro accettato da entrambi non esiste; la cessione è politicamente impronunciabile a Washington; resta la deterrenza, che per ora regge ma che le nuove tecnologie rendono più fragile; e la gabbia istituzionale condivisa non è mai stata davvero tentata.

Le critiche, e il paradosso finale

Il modello va maneggiato conoscendone i difetti, che sono seri. Primo: i sedici casi li ha scelti Allison, e storici autorevoli contestano sia la selezione sia la codifica — la Germania del 1939 era davvero l’ascendente contro un’URSS “dominante”? La Prima guerra mondiale è riducibile al duello anglo-tedesco? Secondo: sedici osservazioni con definizioni elastiche non fanno una statistica; fanno, nella migliore delle ipotesi, una collezione di aneddoti disciplinata. Terzo, ed è l’obiezione che trovo più profonda: la trappola di Tucidide rischia di essere una profezia che si autoavvera. Se le élite di Washington e di Pechino credono al modello — e lo citano entrambe, ossessivamente — agiranno di conseguenza: si armeranno, si accerchieranno, leggeranno ogni mossa dell’altro come conferma.

Producendo esattamente l’esito che il modello prevede, non perché il modello sia vero ma perché è creduto.

E qui, chiudendo il cerchio, torniamo alla frase da cui siamo partiti — perché quest’ultima obiezione, che sembra demolire Allison, in realtà restituisce Tucidide nella sua forma più pura. Nella frase originale, ricordate, i soggetti erano due: l’ascesa, che è un dato; e la paura, che è un’interpretazione. La trappola di Tucidide non sta nei rapporti di forza. Sta nella lettura dei rapporti di forza.

Rileggete ora i quattro casi di pace: in tutti e quattro, qualcuno — un papa, un impero stanco abbastanza saggio da cedere, due stati maggiori terrorizzati dall’atomica, una generazione di europei cresciuta tra le macerie — è riuscito a governare la percezione prima che la percezione governasse loro. Non hanno cambiato i rapporti di forza: hanno cambiato l’inquadratura dentro cui i rapporti di forza venivano letti.

Il che ci porta all’ultima puntata, e alla domanda con cui questa serie è nata davvero. Se a ogni scala — la bolla, la moneta, la disuguaglianza, la guerra — la variabile decisiva è la lettura e non il dato, allora che ruolo hanno i protagonisti che riempiono le nostre cronache? Putin, Trump, il Medio Oriente: sono le cause della tempesta o i suoi sintomi? Vi anticipo che la domanda è mal posta. Ma il modo in cui è mal posta è la chiave di tutto quello che abbiamo detto finora.


Questa è la 5ª puntata della serie L’orologio della mezzanotte. Sei articoli, un filo rosso: i meccanismi che trasformano la disuguaglianza in crisi.

Puntata successiva: Il deserto e il volto — sintomi o cause? Putin, Trump, il Medio Oriente come dispositivi dell’attenzione.

La tabella va riscontrata sul Case File originale del Belfer Center prima della pubblicazione: alcune codifiche variano tra le versioni. Le critiche citate sono documentate nella letteratura indicata nei metadati.