Vittorio Tondi

L’elefante nella stanza

Curva dell'elefante di Milanovic — chi ha guadagnato dalla globalizzazione

Alla fine della scorsa puntata ho lasciato una promessa in sospeso: il più grande livellamento pacifico della storia umana — quello che la curva dell’elefante mostra con chiarezza — è già avvenuto, negli ultimi trent’anni, senza che nessun cavaliere di Scheidel scendesse in campo. Come è possibile, se cinquemila anni di dati dicono che la disuguaglianza non si comprime mai gentilmente?

È possibile perché stavamo guardando dentro la stanza sbagliata. Le statistiche sulla disuguaglianza che leggiamo abitualmente misurano la forbice dentro le nazioni: dentro l’Italia, dentro gli Stati Uniti. E lì, in effetti, la forbice si allarga da quarant’anni. Ma esiste un’altra misura, concettualmente più radicale: prendere tutti gli esseri umani del pianeta come un’unica popolazione — otto miliardi di persone in una sola classifica, dal più povero contadino del Sahel al più ricco fondatore di Palo Alto — e misurare la disuguaglianza globale. Ebbene: quella, dagli anni Novanta, è scesa. Per la prima volta dalla rivoluzione industriale.

La forbice tra le nazioni si è chiusa più in fretta di quanto si allargasse la forbice dentro le nazioni, e il saldo mondiale è un livellamento.

L’artefice non è stato un cavaliere. È stata la globalizzazione — e in particolare l’ascesa di Cina e India, che hanno portato fuori dalla povertà assoluta un numero di persone senza precedenti nella storia. Il quinto cavaliere che cercavamo, in un certo senso, è già passato. Solo che ha livellato il mondo, non i nostri quartieri. E la differenza tra queste due cose è l’intera politica occidentale degli ultimi dieci anni.

La curva dell’elefante: la mappa della globalizzazione

Curva dell'elefante di Milanović - crescita dei redditi per fascia di reddito globale 1988-2008
La curva dell’elefante (Milanović-Lakner): crescita cumulativa dei redditi reali per fascia 1988-2008

L’economista che ha reso visibile tutto questo si chiama Branko Milanović — serbo-americano, ex capo economista della ricerca alla Banca Mondiale, probabilmente il massimo studioso vivente di disuguaglianza globale. Insieme a Christoph Lakner ha costruito un grafico diventato leggendario: sull’asse orizzontale, tutta l’umanità ordinata dal più povero al più ricco; sull’asse verticale, quanto è cresciuto il reddito reale di ciascuna fascia nei vent’anni a cavallo del millennio.

La forma che ne esce è quella di un elefante di profilo, e ogni parte dell’animale racconta un pezzo di mondo. La schiena alta e gonfia, al centro della distribuzione, sono i grandi vincitori: le classi medie e popolari asiatiche, centinaia di milioni di cinesi, indiani, vietnamiti, indonesiani i cui redditi sono cresciuti del sessanta, settanta, ottanta per cento. La punta della proboscide, che schizza verso l’alto all’estrema destra, è l’altro vincitore: l’uno per cento globale, il vertice della finanza e delle multinazionali, il beneficiario dell’effetto Cantillon su scala planetaria.

E poi c’è l’avvallamento — il punto dove la proboscide si abbassa prima di risalire, tra la schiena e la punta. Quella conca, quella fascia della distribuzione mondiale che la curva dell’elefante identifica come il suo punto più basso e i cui redditi in vent’anni sono cresciuti poco o nulla, ha un nome e un indirizzo: è la classe medio-bassa dei paesi ricchi. L’operaio di Detroit. L’impiegato di Rochdale. L’artigiano di Terni. Il benzinaio delle puntate precedenti.

Persone che in termini globali restano relativamente benestanti — l’avvallamento dell’elefante sta comunque più in alto, in valori assoluti, della schiena — ma che sono le uniche, sull’intero profilo dell’animale, ad aver visto il proprio mondo fermarsi mentre tutto il resto correva.

Ecco allora la sintesi più onesta che conosco degli ultimi trent’anni: il pianeta ha vissuto il più grande livellamento pacifico della sua storia, e il conto è stato presentato quasi per intero a una sola fascia di umanità — che guarda caso è anche la fascia che vota nelle democrazie occidentali. La rabbia politica dell’Occidente, comunque la si giudichi e da qualunque parte la si voti, è la ricevuta di quel conto. Non serve nessuna teoria del complotto e nessun disprezzo per gli elettori: basta la curva.

Decadenza: istruzioni per l’uso della parola

Da qui la domanda che sento fare in ogni conversazione: quindi l’Occidente è in decadenza? La parola è pesante, e il dibattito la usa confondendo due cose che vanno tenute ferocemente separate.

Il declino relativo è aritmetica, non profezia. Se tre miliardi di persone crescono al cinque per cento l’anno e ottocento milioni crescono all’uno, la quota occidentale dell’economia mondiale scende per forza: era intorno al sessanta per cento a metà Novecento, è intorno al quaranta oggi, sarà plausibilmente intorno al trenta a metà secolo.

Ma chiamare questo “decadenza” significa scambiare la fine di un’anomalia per una malattia. Il periodo 1800-2000, in cui un decimo dell’umanità ha controllato la maggioranza della ricchezza del pianeta, è la parentesi storica — nel 1700 Cina e India, da sole, valevano circa metà dell’economia mondiale. Il ritorno dell’Asia al peso che il suo peso demografico le ha quasi sempre assegnato non è un tramonto: è una normalizzazione. Dolorosa per chi era abituato all’anomalia, ma una normalizzazione.

Il declino assoluto — vivere peggio dei propri genitori, perdere capacità, sapere, salute, istituzioni — è tutt’altra cosa, e non è affatto scritto. Confondere i due declini è l’errore più antico del genere: Oswald Spengler pubblicò Il tramonto dell’Occidente nel 1918, e da allora la profezia viene riciclata a ogni generazione, sempre con ottime ragioni contingenti, sempre smentita nei tempi e nei modi. Il che non significa che vada tutto bene: significa che “decadenza” è una parola che va maneggiata come un’arma carica, perché chi la pronuncia sta già scegliendo una politica.

Il pane e la bistecca

Resta la domanda di fondo, quella che mi è stata posta nella conversazione da cui nasce questa serie, con una franchezza che gli economisti raramente si concedono: c’è pane per tutti?

La risposta onesta è doppia. Pane, sì. Il pianeta produce già cibo sufficiente per dieci miliardi di persone, e la storia della tecnologia è la storia della torta che si allarga: Malthus prevedeva la carestia perpetua e la realtà lo smentisce da due secoli. Chi vi racconta la scarsità alimentare come destino vi sta raccontando una scelta distributiva travestita da legge di natura.

Bistecca per tutti, invece, no — non con la tecnologia attuale. Se ogni cinese e ogni indiano consumasse energia e materiali al livello pro capite di un americano, servirebbero le risorse di più pianeti. E qui la questione smette di essere economica e diventa fisica: il vincolo non è la ricchezza, che si crea, ma l’energia e i materiali, che si estraggono.

Guardate sotto questa luce le cronache di questi anni — la corsa ai datacenter per l’intelligenza artificiale, la competizione per le terre rare, le tensioni sugli idrocarburi, le guerre commerciali sui semiconduttori — e vedrete un solo fenomeno con molti nomi: è già cominciata la guerra per la bistecca. Per ora combattuta con i capitali, i dazi e le catene di fornitura invece che con le cannoniere. Per ora.

Ed è esattamente su quel “per ora” che si gioca tutto. Perché quando una potenza in ascesa, convinta che la bistecca le spetti, incrocia una potenza dominante, convinta che gliela vogliano togliere dal piatto, la storia ha un precedente. Anzi: ne ha sedici, censiti uno per uno negli ultimi cinquecento anni. Dodici sono finiti in guerra. Nella prossima puntata li mettiamo in tabella, tutti — e vedremo che la lezione vera non sta nei dodici, ma nei quattro che si sono salvati.


Questa è la 4ª puntata della serie L’orologio della mezzanotte. Sei articoli, un filo rosso: i meccanismi che trasformano la disuguaglianza in crisi.

Puntata successiva: La trappola di Tucidide — sedici scontri tra potenze in ascesa, dodici finiti in guerra.

I numeri di questa puntata — quote di PIL, tassi di crescita per fascia — sono stime di lungo periodo con margini ampi; le fonti da verificare sono nei metadati. La curva va riprodotta con grafico proprio, non con immagini altrui.