Walter Scheidel è uno storico dell’antichità, autore de La grande livellatrice — uno degli studi più ambiziosi mai scritti sulla disuguaglianza. Insegna a Stanford, viene dalla demografia e dall’economia del mondo romano — censimenti, tasse, aspettative di vita di gente morta da duemila anni. Non è il profilo del profeta di sventure. Ed è proprio questo a rendere inquietante il libro che ha pubblicato nel 2017, The Great Leveler (in italiano La grande livellatrice): perché il metodo è quello, freddo, del demografo. Scheidel prende tutta la storia documentata — dall’età della pietra alla Cina imperiale, da Roma al Novecento — e le pone una sola domanda: quando la disuguaglianza è diminuita davvero, in modo forte e misurabile, com’è successo? La risposta che emerge dai dati è così sgradevole che il dibattito pubblico, pur citando il libro in continuazione, tende a girarci intorno.
La premessa: la pace è diseguagliante
Prima della risposta, la premessa, che è già una tesi. Per Scheidel la disuguaglianza non è una patologia delle società complesse: è il loro stato naturale. Da quando esistono l’agricoltura, il surplus e l’eredità — cioè da quando la ricchezza può essere accumulata e trasmessa — la concentrazione è un processo cumulativo: chi ha, accumula; chi accumula, protegge; e la stabilità politica, con i suoi tribunali e i suoi catasti e le sue polizie, è precisamente il dispositivo che protegge l’accumulato. Ne discende un corollario che rovescia il senso comune: la pace, di per sé, non redistribuisce nulla. La pace consolida. Ogni generazione di stabilità aggiunge un piano all’edificio della concentrazione. Se questo è vero, le grandi compressioni della disuguaglianza — i momenti in cui la forbice si è chiusa davvero — vanno cercate non nei periodi felici ma nelle fratture. E infatti è lì che Scheidel le trova. Quattro tipi di frattura, sempre gli stessi, in ogni epoca e a ogni latitudine. Li chiama i quattro cavalieri, con citazione apocalittica pienamente voluta.
Primo cavaliere: la guerra di mobilitazione totale
Non le guerre qualsiasi — quelle, spesso, arricchiscono i vincitori e concentrano ancora di più. Le guerre che livellano sono quelle che mobilitano l’intera società: e nella storia ce ne sono state pochissime, essenzialmente le due guerre mondiali. Il meccanismo è duplice. Da un lato la distruzione fisica dei patrimoni: bombardamenti, inflazione bellica, crolli di borsa, espropri. Dall’altro — ed è la parte meno intuitiva — il prezzo politico dei corpi: quando uno Stato ha bisogno di milioni di uomini al fronte e di milioni di donne in fabbrica, deve comprare il consenso, e la valuta è la giustizia distributiva. Aliquote fiscali sui più ricchi che superano il novanta per cento, sindacati legittimati, nazionalizzazioni, welfare. Non per bontà: per necessità di guerra. Il corollario è vertiginoso: il “trentennio glorioso” 1945-1975, l’epoca d’oro della classe media occidentale, il periodo che tutta la politica contemporanea rimpiange come normalità perduta — per Scheidel non fu un equilibrio spontaneo del capitalismo. Fu il postumo delle guerre mondiali. La compressione violenta degli anni Quaranta impiegò una generazione a riassorbirsi, e quella generazione la chiamiamo età dell’oro.
Secondo cavaliere: la rivoluzione trasformativa
Anche qui, non ogni rivoluzione: quelle che livellano sono le rivoluzioni che smontano la proprietà stessa — la russa, la cinese. E livellarono davvero, i dati sono inequivocabili: espropriando, collettivizzando, uccidendo. La compressione della disuguaglianza fu enorme, e il costo furono decine di milioni di morti e l’impoverimento generale. Tutti più uguali perché quasi tutti più poveri: il cavaliere più efficiente e più mostruoso.
Terzo cavaliere: il collasso dello Stato
La caduta dell’Impero romano d’Occidente, la fine dei regni Maya, la dissoluzione dei grandi imperi. Quando lo Stato crolla, il senso comune immagina che soffrano tutti allo stesso modo. I dati dicono altro: crollano prima di tutto le fortune dei ricchi. Perché la ricchezza su larga scala non è un fatto naturale — è una convenzione che ha bisogno dello Stato per esistere. Titoli, proprietà terriere lontane, crediti, contratti: sono tutte promesse che qualcuno deve poter far rispettare. Il senatore romano del quinto secolo, con le sue tenute sparse per il Mediterraneo, perdeva tutto nel giro di una generazione; il contadino che gli zappava la terra aveva poco da perdere e continuava a zappare. Il collasso livella dal basso nel modo più brutale: distruggendo il tetto, non alzando il pavimento.
Quarto cavaliere: la pandemia catastrofica
Il caso più controintuitivo, e il mio preferito come esperimento mentale. La Peste Nera del Trecento uccise, a seconda delle stime, tra un terzo e metà degli europei. Risultato economico: il lavoro divenne improvvisamente scarso e la terra improvvisamente abbondante. I salari reali dei sopravvissuti, nei decenni successivi, raddoppiarono in molte regioni d’Europa; le rendite fondiarie crollarono. Le élite reagirono come reagiscono le élite: tentando di reimporre per legge i salari precedenti, con ordinanze e statuti dei lavoratori. Fallirono per un secolo, perché contro la scarsità di braccia non c’è statuto che tenga. Fu, con ogni probabilità, il più grande aumento del potere contrattuale del lavoro nella storia pre-moderna — e la causa fu un batterio.
La grande livellatrice: il corollario che nessuno vuole sentire
Ed eccoci alla parte davvero scomoda. Nei dati della grande livellatrice, le vie pacifiche alla redistribuzione — riforma fiscale in tempo di pace, istruzione di massa, democratizzazione, sindacati senza guerre alle spalle — hanno prodotto compressioni modeste e tendenzialmente temporanee. E da quando i cavalieri si sono ritirati dalle nostre latitudini, cioè grosso modo dagli anni Ottanta, la disuguaglianza è tornata a salire quasi ovunque, verso livelli che ricordano quelli precedenti al 1914. La molla di cui parlavamo nella scorsa puntata — quella che l’effetto Cantillon carica giro dopo giro — storicamente non si è quasi mai scaricata piano. Le critiche al libro esistono e vanno prese sul serio. C’è chi fa notare che le socialdemocrazie nordiche hanno compresso parecchio senza catastrofi (Scheidel risponderebbe: partendo comunque dal reset delle guerre mondiali e dalla minaccia sovietica alle porte, cioè con i cavalieri nello specchietto retrovisore).
C’è chi contesta la fragilità dei dati antichi, ed è un’obiezione sensata: misurare la disuguaglianza dell’Impero romano richiede stime eroiche.
E c’è chi accusa il libro di determinismo — come se dimostrare che una cosa non è quasi mai accaduta equivalesse a dimostrare che non può accadere. Quest’ultima critica è la più importante, perché indica l’unica uscita: il fatto che un quinto cavaliere gentile — istituzioni capaci di fare il lavoro dei quattro senza il sangue — non abbia quasi precedenti non lo rende impossibile. Lo rende, semplicemente, senza precedenti. Che è un’altra cosa, ma non è una cosa consolante. Io stesso, lo confesso, oscillo. L’ottimista in me nota che “quasi mai” non è “mai”, e che il dopoguerra dimostra almeno che il canale lento — fisco, politica, istituzioni — può funzionare, una volta scelto. Lo storico in me risponde che quel canale fu scelto da società terrorizzate, con le macerie ancora fumanti, e che le società prospere e in pace non l’hanno mai scelto spontaneamente. Ma la grande livellatrice nasconde un colpo di scena, ed è il tema della prossima puntata. Perché a guardare bene i dati degli ultimi trent’anni, un livellamento pacifico gigantesco c’è stato — il più grande della storia umana. Solo che non è avvenuto dove lo cercavamo, cioè dentro le nostre società. È avvenuto tra le società. E il conto, quasi per intero, l’ha pagato una fascia sola di umanità: quella che va, per intenderci, dall’operaio di Detroit all’artigiano di Terni. Se volete capire la rabbia politica dell’Occidente degli ultimi dieci anni, vi serve una curva che ha la forma di un elefante.
Questa è la 3ª puntata della serie L’orologio della mezzanotte. Sei articoli, un filo rosso: i meccanismi che trasformano la disuguaglianza in crisi. Puntata successiva: L’elefante nella stanza — la curva che mostra chi ha vinto e chi ha perso dalla globalizzazione. Nota di metodo: le stime quantitative sulle epoche pre-statistiche sono ricostruzioni, non misure, e le riporto come tali. I riferimenti da verificare sono indicati nei metadati.
