Vittorio Tondi

L’effetto Cantillon

Effetto Cantillon spiegato — chi tocca prima il denaro nuovo si arricchisce

L’effetto Cantillon nasce a Parigi, nel 1720. La Francia impazzisce per le azioni della Compagnia del Mississippi, la creatura di John Law — un giocatore d’azzardo scozzese diventato di fatto il banchiere centrale del regno, inventore di un sistema in cui la carta moneta e le azioni della compagnia si gonfiavano a vicenda. È la prima grande bolla monetaria della storia moderna. Nasce in quell’anno perfino la parola milionario, coniata per i nuovi ricchi di carta. Poi, com’è noto, tutto crolla: la carta torna carta, le fortune evaporano, Law fugge dalla Francia travestito.

In mezzo a quella follia c’è un banchiere irlandese che compra, guadagna enormemente, e — questa è la parte interessante — esce in tempo. Non per fortuna e non per istinto: perché a differenza di tutti gli altri ha capito il meccanismo, e lo metterà per iscritto in un trattato che circolerà manoscritto per decenni prima di essere pubblicato postumo, nel 1755. Si chiama Richard Cantillon, il trattato è l’Essai sur la nature du commerce en général, e contiene un’idea così semplice e così destabilizzante che l’economia ufficiale impiegherà due secoli a fare i conti con lei.

L’idea: la moneta non è neutrale, ha una traiettoria

L’ortodossia economica, dall’epoca di Cantillon fino a buona parte del Novecento, ha trattato la moneta come neutrale: se raddoppi la quantità di denaro in circolazione, prima o poi raddoppiano tutti i prezzi, e i rapporti tra le cose restano invariati. Più zeri sui cartellini, stessa economia reale. In questo schema, chi si arricchisce e chi si impoverisce non dipende dalla moneta: dipende dal merito, dalla produttività, dal mercato.

Cantillon obietta con una domanda che sembra un cavillo ed è una bomba: dipende da dove entra, la moneta nuova. Perché il denaro non piove uniformemente dal cielo — quello è un esperimento mentale da manuale, il famoso “elicottero” degli economisti. Il denaro reale entra nel sistema in punti precisi, e da lì si propaga come un’onda. E l’ordine di arrivo dell’onda decide chi vince.

Il suo esempio era una miniera d’oro. Quando si scopre una miniera, i primi a spendere l’oro nuovo sono i proprietari e i minatori: comprano ai prezzi di ieri, perché i prezzi non si sono ancora accorti di niente. I commercianti vicini alla miniera incassano e spendono a loro volta; l’onda si allarga; i prezzi cominciano a salire cerchio dopo cerchio.

Quando l’onda raggiunge i margini del sistema — chi vive di salario fisso, di rendita fissa, chi non ha alcun rapporto con la miniera — il denaro nuovo arriva in una sola forma: prezzi più alti. Per i primi riceventi, la moneta nuova è potere d’acquisto. Per gli ultimi, è inflazione. Stesso fenomeno, effetti opposti, e a decidere da che parte stai non è il merito: è la posizione nel flusso.

Nel lunghissimo periodo, forse, la neutralità si ristabilisce. Ma come dirà due secoli dopo un altro economista, nel lungo periodo siamo tutti morti — e nel frattempo, lungo il percorso dell’onda, è avvenuto un trasferimento sistematico di ricchezza da chi sta lontano dal rubinetto verso chi ci sta vicino.

L’effetto Cantillon oggi: sostituite la miniera con la banca centrale

Ora spostiamo la miniera di tre secoli per vedere l’effetto Cantillon in azione. Dopo la crisi del 2008, le banche centrali occidentali hanno creato moneta su una scala mai vista nella storia — il quantitative easing, l’allentamento quantitativo. Migliaia di miliardi. E come entrava nel sistema, questa moneta? Non piovendo sui cittadini: comprando titoli finanziari dalle istituzioni finanziarie. Il rubinetto era piazzato, per costruzione, dentro il sistema finanziario. Il primo ricevente era, per costruzione, chi possedeva obbligazioni e azioni.

Il risultato empirico dei quindici anni successivi è esattamente quello che Cantillon avrebbe previsto guardando la sua miniera. I prezzi degli asset — azioni, obbligazioni, immobili, aziende, cioè le cose che i patrimoni possiedono — si sono moltiplicati. I salari reali, nello stesso periodo, sono rimasti sostanzialmente piatti in quasi tutto l’Occidente.

Il decimo più ricco delle famiglie americane è arrivato a possedere oltre il sessanta per cento degli asset del paese, con la ricchezza totale delle famiglie salita a livelli, in rapporto al PIL, superiori a quelli precedenti ogni grande crollo del secolo scorso. E questi numeri non li denunciano i centri sociali: compaiono nelle note di ricerca delle più grandi banche del mondo.

Il benzinaio — permettetemi il personaggio, mi accompagnerà per tutta la serie — non ha mai ricevuto il quantitative easing. Ha ricevuto l’inflazione. Prima quella degli asset, che lo escludeva silenziosamente dalla casa di proprietà e dal risparmio investito; poi, dal 2021, quella dei prezzi al consumo, che gli tassava lo stipendio. Due volte in coda all’onda, due volte a pagare il conto di un denaro che non ha mai toccato per primo.

E si noti: non serve nessun complotto. Nessuna riunione segreta, nessuna cattiveria. Basta l’architettura. Il sistema è disegnato in modo che la moneta nuova entri da un lato preciso, e quel lato coincide con chi già possiede. È quella che chiamerei una topologia del privilegio: non chi sei ma dove sei rispetto al flusso.

Il carry trade — la pratica, che vedremo nella prossima puntata sui meccanismi di leva, di indebitarsi dove il denaro costa zero per investire dove rende — è la versione industriale dello stesso principio: chi ha accesso al credito a costo quasi nullo guadagna la differenza per il solo fatto di avere accesso. Il sistema remunera la posizione, non soltanto il lavoro.

La finezza che l’ISTAT non può vedere

C’è un ultimo livello, ed è quello che da semiologo mi affascina di più. L’inflazione che leggiamo nei comunicati — il 2%, il 3% — è una media: un solo numero che riassume l’aumento dei prezzi per tutta la popolazione, come se l’onda arrivasse a tutti nello stesso momento. Ma abbiamo appena visto che il cuore dell’effetto Cantillon è esattamente il contrario: la sequenza, l’ordine temporale con cui l’onda raggiunge le persone.

Il dato aggregato, per costruzione statistica, cancella l’ordine temporale. E l’ordine temporale è precisamente il luogo dove avviene la redistribuzione. Non è colpa degli statistici: è la natura della media, che per riassumere deve appiattire. Ma il risultato è che il fenomeno più redistributivo della politica monetaria è invisibile allo strumento ufficiale che dovrebbe misurarne gli effetti. Misuriamo l’altezza dell’acqua e chiamiamo il risultato “il mare”, perdendo la sola cosa che conta per chi ci sta dentro: la direzione della corrente.

Ecco perché l’effetto Cantillon, dopo due secoli di rimozione, è tornato al centro del dibattito — citato dagli economisti eterodossi, evocato senza nominarlo nei rapporti sulle disuguaglianze, brandito nelle discussioni sulle criptovalute. Non perché sia stata scoperta una teoria nuova, ma perché quindici anni di rubinetto spalancato hanno reso il vecchio meccanismo visibile a occhio nudo.

La molla dell’effetto Cantillon, dunque, si carica così: la moneta entra sempre dallo stesso lato, e ogni giro dell’onda allarga la distanza tra chi sta alla fonte e chi sta alla foce. La domanda successiva è inevitabile, ed è la più scomoda di tutta la serie: una molla così, storicamente, come si scarica? Cinquemila anni di storia documentata hanno una risposta. Nella prossima puntata andremo a leggerla, con l’aiuto di uno storico di Stanford che ha avuto il coraggio di porre la domanda a tutta la storia umana in una volta sola. Vi anticipo solo questo: i protagonisti sono quattro, e li chiama cavalieri.


Questa è la 2ª puntata della serie L’orologio della mezzanotte. Sei articoli, un filo rosso: i meccanismi che trasformano la disuguaglianza in crisi.

Puntata successiva: I quattro cavalieri — come è finita storicamente la grande disuguaglianza.

Anche qui, un’avvertenza di metodo: le date e i dettagli biografici settecenteschi vanno presi con il margine d’incertezza che meritano le fonti dell’epoca, e i dati contemporanei citati sono indicati nelle note di verifica. Diffidate di chi racconta il Settecento con la sicurezza di un testimone oculare.