Il mio terzo libro, L’Impero del Male, acquistabile qui.
Leggi il primo capitolo:
Capitolo 1
Soviet di Marsiglia, Francia – Sera dell’11 Marzo 1999
Dyson Giddens doveva girare i tacchi perché era morto.
Il primo scenario: avrebbe soltanto avuto il tempo di scorgere la falce e il martello sul cappello dell’uomo, uno sparo nel petto, il sangue che scendeva viscoso e poi tutto nero.
Il secondo: un colpo tra gli occhi, un dolore breve e insopportabile alla base del cranio e poi tutto nero.
Il terzo: tre agenti che agitavano le armi verso di lui intimandogli decisi il disarmo, un movimento appena accennato e uno sparo dell’uomo nascosto da una colonna, la vista che si annebbiava e le palpebre che scendevano cancellando il mondo circostante, alla fine tutto nero.
Il quarto scenario: un’esitazione sulla soglia sarebbe stata fatale, una volta dentro un agente gli avrebbe sparato a una gamba, lui avrebbe provato a reagire ma una scarica di colpi lo flagellava sino a fargli vedere tutto nero.
Tornò ancora una volta indietro con gli scenari e si ritrovò nel momento in cui avrebbe aperto la porta. Ricominciò, proiettò un’altra dozzina di visioni simultaneamente e scorse tutti gli esiti possibili di quella situazione: moriva sempre, senza eccezioni. I sovietici al di là della porta erano troppi anche per lui: armati, tenevano Kendermann seduto al centro del magazzino con le luci puntate addosso, in alcuni scenari sarebbe morto anche il prezioso dottore; non era accettabile.
Dyson tornò alla realtà, guardò un’ultima volta la porta chiusa, si girò e cominciò a calpestare lento la banchina umida. Avrebbe abbandonato l’incarico, ma quello non sarebbe stato il suo ultimo giorno sulla terra.
Superò lo stabile buio e appena arrivato di fronte al placido lembo di mare un’aria fredda gli sferzò violenta il viso, un brivido lo percorse da capo a piedi. La salsedine lo schiaffeggiò aspra, si deterse le labbra salate con il bavero del cappotto che legò stretto attorno al collo. Le luci della città brillavano opacizzate dalla nebbia dell’enorme porto, attirando l’attenzione con il luccichio timido di fiammelle che sembrava facessero fatica a restare accese. L’atmosfera era traballante nel vento gelido della notte, ma dal fondo della strada notò un movimento rapido.
Lentamente si spostò dietro un argano arrugginito e proiettò alcuni scenari.
Nel primo usciva allo scoperto senza precauzioni e chiedeva ad alta voce chi fosse a seguirlo: il movimento si rivelò una donna alta e magra e con il volto coperto da un casco bianco. Lei avrebbe usato una piccola arma per sparare tre colpi letali all’addome; una fitta dietro alla nuca e vide tutto nero.
Nel secondo scenario invece sarebbe rimasto nascosto dietro l’argano, la donna si sarebbe avvicinata fino a quando non lo avrebbe notato. Con stupore lei tirava fuori l’arma, frettolosa, ma non avrebbe fatto in tempo, lui sarebbe stato più veloce e sin troppo efficace. Ma non la voleva morta, doveva sapere chi l’avrebbe ucciso, o chi avrebbe voluto farlo. Chi gli aveva impedito il recupero di Kendermann. Probabilmente quella donna era collegata agli uomini nel magazzino con il dottore. Poteva avere delle informazioni sui motivi del suo fallimento.
Nel terzo scenario l’avrebbe chiamata intimandole di stare ferma e rimanendo nascosto: lei correva via e saltava sulla moto, in pochi secondi era lontana. Ancora non andava.
Guardò il quarto scenario spazientendosi: chiamava ad alta voce la donna spostandosi dietro un alto container, le si avvicinava in silenzio e lei provava a fuggire, ma dopo un inseguimento di pochi secondi lui le avrebbe impedito di salire in sella alla moto e avrebbe avuto la meglio disarmandola. Scelse questa versione della realtà e chiamò la donna cominciando a spostarsi dietro il container.
Successe tutto come nella proiezione e dopo un minuto lei era sotto di lui, si lamentava e si divincolava, ma lo scenarista le teneva strette le braccia dietro la schiena in una morsa troppo forte, e le sbatteva il casco sull’asfalto per tramortirla. Lei smise di agitarsi e dopo poco lui le tolse il casco. Aveva gli occhi chiusi e uno zigomo livido, la girò supina e iniziò a schiaffeggiarla. La donna mormorò qualcosa e tossì più volte, aprì gli occhi e mostrò un’iride azzurra e cristallina, screziata come un diadema.
Lui le domandò in tono piatto e senza espressione – Chi sei e cosa sei venuta a fare. Se non rispondi sei morta.
Lei scrollò la testa e rispose a fatica – Non posso dirti niente. Ma non volevo ucciderti. Dovevo solo pedinarti.
Lui le diede uno schiaffo con il dorso della mano e un piccolo schizzo di sangue sporcò la pelle candida e l’asfalto umido. Ripeté la domanda ed ebbe la stessa risposta. Allora riprese – Tu mi hai ucciso. L’ho visto. Era il tuo obiettivo.
– Hai visto pochi scenari allora stupido. Quanti ne hai visti?
– Quattro, mi uccidevi al primo e tentavi di farlo anche negli altri.
– Certo che tentavo, – tossì sommessamente – avevo paura.
– Rispondimi. Chi sei?
– Dovevo seguirti per cercare la tua base qui a Marsiglia. – sembrava si volesse giustificare.
– Chi sei?
– Dovevo solo trovarti e riferire.
Pronunciando le parole in assenza di tono lui chiese di nuovo, insistente – Chi sei?
– Non posso… – la voce era un lamento sommesso e spezzato.
Un altro schiaffo con il dorso, un colpo di tosse come controcanto violento.
– Per chi lavori?
– Per chi si può lavorare oggi? Lavoro per l’Unione.
– Chi sei?
La donna tossì violentemente sputando del sangue, alla fine cedette sussurrando – Sono del Soviet di Genova, sono un ufficiale delle Brigate Rosse. Va bene così?
– Perché mi seguivi?
– Dovevo sapere della tua base a Marsiglia. Se non…
Un altro schiaffo con il dorso della mano.
– Maledetto americano. – provò a strillare la donna, ma uscì un rumore goffo e sommesso, spezzato dalle convulsioni della tosse. Si riprese e continuò – Dovevi estinguerti insieme a tutta la tua fottuta marmaglia di capitalisti. – trascinò le parole sporcate dall’indignazione.
Giddens distolse l’attenzione dall’azzurro screziato che adesso esprimeva odio, si guardò intorno, non si muoveva niente. C’era solo il vento che gli scompigliava i capelli e che fischiava nelle orecchie. Proiettò uno scenario e avrebbe avuto almeno altri due minuti di tranquillità. Non si spinse più in là, era tutto calmo.
Chiese ancora, paziente e inespressivo – Perché mi seguivi?
– Fottuto bastardo americano non capisci? – protestò la donna a fatica.
Lui la guardò vacuo e le spostò il braccio dietro la schiena lentamente fino a quando non sentì l’osso cedere. L’arto assunse una posizione innaturale, mentre l’uomo strozzava un grido di dolore della sua vittima premendo la mano sulla bocca.
Le domandò ancora con calma – Se non parli ti devo uccidere.
– Ah, figlio di una cagna. – la voce era affannata, quasi un fiatone – Sono qui perché mi hanno chiesto di pedinarti e di riferire ogni tuo movimento. Ti prenderanno lo sai? Sei ricercato dai russi.
Dyson poggiò la mano destra intorno al gracile collo e cominciò lentamente a stringere. Dopo poco sentì che le ossa cedevano e vide gli occhi perdere la vita in un ultimo battito di ciglia. Glieli chiuse, la guardò per un attimo, cercò nelle tasche; non trovò niente, frugò nei vestiti e stesso risultato. Si alzò e guardò nel suo prossimo futuro. Dovunque fosse andato avrebbe raggiunto la casa sicura, sano e salvo.
Si incamminò e iniziò a sentire di nuovo il freddo sopra le orecchie, ma il bavero alzato del cappotto non arrivava a coprirle del tutto. Qualche altro passo, poi il dolore – acuto, improvviso. Uno spillo che gli trapassa il cervello. Una folla di diavoli dietro gli occhi. Il cielo nero squarciato. Nuvole di fuoco. Fiamme. Terra che si scioglie sotto pioggia incandescente. I mutilati che strisciano – strade grigie – lamenti. Il suo viso nell’oscurità. Lacrime salate. Lineamenti stressati. Angoscia. Paura di perdere tutto. Lasciare tutto. Nessun appiglio. Non era un sogno, mai stato un sogno. Il lampo bianco che taglia la mente in due. Prima. Dopo. Destino beffardo. Lui, spettatore della morte. Decomposizione. Un coltello che gira e rigira nel cervello. Senza fine. Senza pietà. Strinse gli occhi. Digrignò i denti. Dita sugli zigomi. Respiro profondo. Aria salmastra. Un altro respiro. La realtà tornò. Mise le mani in tasca e si girò ancora, guardando distrattamente per l’ultima volta la sagoma irregolare dei capelli sparsi a terra della donna, mettendo in fila i primi passi lenti e solitari.

Per info, contattami qui.
Sul tema
Il protagonista del romanzo prende decisioni impossibili in frazioni di secondo, senza il lusso del dubbio. Una logica che richiama lo stoicismo di Marco Aurelio — un tema che ho esplorato nell’articolo Marco Aurelio e la leadership stoica: cosa ci insegna su pressione e scelte difficili.
