Vittorio Tondi

Chiamatemi Ismaele. La storia di chi sopravvive per raccontarla.

Oceano in tempesta con onde drammatiche - Moby Dick di Melville e l'ossessione di Achab

Moby Dick di Melville è il romanzo che ha inventato un modo di raccontare — e Ismaele, il narratore-testimone, è forse la sua scoperta più sottovalutata.

Cercando Moby Dick Melville nelle biblioteche troverete un romanzo del 1851 che molti considerano il primo grande romanzo americano — e uno dei più difficili da finire.

Call me Ishmael.

Tre parole. Una delle aperture più famose della letteratura mondiale. E già in quelle tre parole c’è tutto quello che Melville vuole dirti su come questa storia di Moby Dick funzionerà — se sei disposto ad ascoltare.

Non “mi chiamo Ismaele”. Chiamatemi. C’è un invito, quasi una negoziazione. Ti sto chiedendo di accettare questo nome, questa identità, questa voce. E stai già capendo che il narratore è qualcuno che sceglie con cura come presentarsi — qualcuno che sa che la storia che sta per raccontarti dipende, prima di tutto, da chi ti convince a essere il narratore.

Moby Dick Melville: il testimone come protagonista

Ismaele non è il protagonista di Moby Dick. Lo è Achab. Eppure è Ismaele che racconta. Ed è sopravvissuto per farlo — è l’unico, tra tutti i membri dell’equipaggio del Pequod, che torna a casa vivo.

Questo è il meccanismo narrativo più underrated della storia della letteratura: il narratore-testimone. Qualcuno che non è al centro dell’azione, ma che ha visto abbastanza da raccontarla. Nick Carraway in Gatsby. Dr. Watson con Holmes. Ismaele con Achab. Questi narratori sono abbastanza vicini al protagonista da capirlo, abbastanza lontani da sopravvivere a lui.

In Anno Domini ho scelto una struttura simile — qualcuno che osserva l’ossessione del protagonista dall’interno, senza poterla fermare. La distanza che salva è anche la distanza che brucia. Non riesci mai a capire abbastanza presto se sei il protagonista o il testimone della storia in cui ti trovi.

Achab non è pazzo. È convinto.

La lettura di comodo di Moby Dick è che Achab sia un folle — un capitano consumato dall’odio per la balena bianca che gli ha strappato una gamba. Ma Achab non è pazzo nel senso clinico. È convinto. Ha una visione del mondo coerente e totale. La balena non è solo un animale pericoloso — è la forma visibile del male, dell’indifferenza cosmica. Ucciderla sarebbe una vittoria contro il principio del nulla.

È lì che sta il vero terrore del personaggio — e la grandezza di Melville come scrittore. Achab è fin troppo comprensibile. Chi non ha mai sentito, di fronte a qualcosa di ingiusto o incomprensibile, la tentazione di costruire una spiegazione totale — trovare il responsabile, identificare il nemico, dedicare tutte le proprie energie a una singola risposta? L’ossessione non nasce dalla follia. Nasce dalla ferita e dalla necessità di darle un senso.

La balena che non risponde

Quello che rende Moby Dick insostenibile è che la balena non risponde. Achab ci proietta sopra tutto il suo sistema di significato. E la balena è indifferente. Non lo odia. Non lo teme. Non capisce la sua crociata. È semplicemente quello che è — un animale enorme che vive nel suo mondo.

È un confronto tra il bisogno umano di significato e la silenziosa indifferenza del reale. E Melville, nel 1851, aveva già capito che quella non era una battaglia che l’uomo potesse vincere. Non perché il reale sia malvagio — ma perché non è neanche nemico. Non è nulla che si possa combattere. È semplicemente lì.

Perché Ismaele sopravvive

Ismaele sopravvive perché non è Achab. Non ha costruito la sua identità attorno alla balena. Osserva, si interroga, si perde nei capitoli più enciclopedici del romanzo — la cetologia, l’anatomia del capodoglio — con una curiosità che non ha nulla dell’urgenza di Achab. La sua relazione con il mondo è quella di qualcuno che vuole capire, non di qualcuno che vuole vincere.

E quella differenza — tra capire e vincere, tra fare domande e trovare risposte definitive — è quello che salva la vita.

Ismaele è il modello di scrittore che mi ha sempre interessato di più. Non quello che sa già cosa vuole dire quando inizia a scrivere. Quello che scrive per scoprirlo. Quello che sopravvive alla storia che racconta perché non si è fuso con essa — e per questo può portarla via, consegnarla a chi verrà dopo. Chiamatemi Ismaele. Sono ancora qui. Ho qualcosa da raccontarvi.

Moby Dick è considerato uno dei grandi romanzi americani dell’Ottocento, con una struttura narrativa che ancora oggi influenza scrittori e teorici della letteratura.

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