Vittorio Tondi

Chi ha scritto Sherlock Holmes (e perché odiava il suo personaggio)

Chi ha scritto Sherlock Holmes - calamaio e penna d'oca su una scrivania vittoriana

La domanda “chi ha scritto Sherlock Holmes” ha una risposta semplice e una complicata. Quella semplice: Arthur Conan Doyle, medico scozzese, pubblicò Uno studio in rosso nel 1887 e creò il detective più famoso della letteratura. Quella complicata: lo stesso Conan Doyle, per buona parte della sua vita, avrebbe preferito non averlo mai fatto. Arrivò persino a ucciderlo — dentro la storia, di proposito — e il pubblico non glielo perdonò mai del tutto.

Chi ha scritto Sherlock Holmes? Arthur Conan Doyle, e quasi per caso

Arthur Conan Doyle nasce a Edimburgo nel 1859 e si laurea in medicina. Scrive Uno studio in rosso nel 1886, mentre la sua carriera da medico stenta a partire, e lo vende per 25 sterline in tutto: nessuna percentuale sulle vendite, nessun diritto futuro. Il romanzo esce nel 1887, in un annuario natalizio, senza grande clamore.

Eppure bastano pochi anni — e l’arrivo dei racconti brevi sullo Strand Magazine, a partire dal 1891 — perché Sherlock Holmes diventi un fenomeno. Conan Doyle, che nel frattempo aveva quasi abbandonato la medicina, si ritrova a vivere, anche bene, di un personaggio che ai suoi occhi non era nemmeno il suo lavoro più importante.

Una parte dell’ispirazione per il metodo di Holmes arriva da una persona reale: Joseph Bell, chirurgo e docente di Conan Doyle all’università di Edimburgo, famoso per dedurre dettagli sui pazienti — professione, abitudini, provenienza — da semplici osservazioni, prima ancora che parlassero. Conan Doyle lo ammirava profondamente, e scrisse di aver costruito Holmes “sul suo modello”, anche se Bell stesso, con modestia, smentì sempre di essere stato la fonte diretta.

Il paradosso: lo scrittore che disprezzava il proprio successo

Per capire davvero chi ha scritto Sherlock Holmes, bisogna guardare oltre il detective: Conan Doyle si considerava, prima di tutto, un autore di romanzi storici. Scrisse libri ambientati nelle Crociate, nelle guerre napoleoniche, nell’Inghilterra del Cinquecento — opere a cui teneva moltissimo, e che oggi quasi nessuno legge. Holmes, ai suoi occhi, era un lavoro su commissione: ben pagato, popolare, ma “minore” rispetto a quello che considerava la sua vera vocazione letteraria.

C’è poi un secondo livello del paradosso, più personale e più tardo: con gli anni Conan Doyle si avvicina sempre più allo spiritismo, diventa uno dei suoi divulgatori più noti, scrive libri sulla comunicazione con i defunti. Holmes — razionalista, scettico, ossessionato dalle prove materiali — è quasi l’opposto esatto di quello in cui il suo autore aveva iniziato a credere. Tenerlo in vita era, in un certo senso, contraddirsi ogni volta che si sedeva a scrivere.

La morte di Sherlock Holmes alle cascate di Reichenbach

Nel 1893 Conan Doyle decide di risolvere il problema alla radice: in “Il problema finale”, Holmes e il professor Moriarty cadono avvinghiati nelle cascate di Reichenbach, in Svizzera. Nessun corpo viene recuperato, ma il messaggio per i lettori è inequivocabile — Holmes è morto, e la serie finisce qui. Quel giorno, sul suo diario, Conan Doyle annota con sollievo: “Ho ucciso Holmes”.

La reazione del pubblico fu spropositata, anche per gli standard dell’epoca. Si racconta di impiegati della City che andarono al lavoro con il lutto al braccio, di lettere di protesta arrivate a centinaia allo Strand Magazine, di abbonamenti cancellati in blocco. Per certi versi è uno dei primi casi documentati di un pubblico che si rifiuta, collettivamente, di accettare la morte narrativa di un personaggio. Senza social network, senza forum: solo carta, inchiostro e una rabbia genuina.

La resurrezione forzata: perché Conan Doyle cedette

Per otto anni Conan Doyle non scrive più nulla su Holmes. Poi, nel 1901, pubblica “Il mastino dei Baskerville” — ma lo ambienta prima della caduta dalle cascate, così da non dover ancora far risorgere il personaggio. È un compromesso elegante, e funziona: il romanzo è un successo enorme.

La pressione, però, non si ferma. Editori, lettori e, secondo molte biografie, anche le esigenze economiche convincono Conan Doyle a fare il passo definitivo: nel 1903, con “La casa vuota”, Holmes torna ufficialmente in vita, con una spiegazione tutt’altro che convincente sul come abbia sopravvissuto. Conan Doyle continuerà a scrivere di Holmes per altri ventiquattro anni, fino al 1927 — un lavoro che pensava di aver chiuso per sempre, e che invece lo accompagnerà fino alla fine.

Cosa ci dice, oggi, un autore che odiava il proprio personaggio

La storia di chi ha scritto Sherlock Holmes, e di come ha trattato la propria creazione, è prima di tutto una storia sul rapporto, spesso scomodo, tra un autore e la propria opera più riuscita. Conan Doyle voleva essere ricordato per i romanzi storici, per il suo impegno civile, per le sue battaglie pubbliche. È ricordato, invece, per un detective londinese che considerava un lavoro minore. E non è un caso isolato: capita spesso che il pubblico ami, di un autore, esattamente la cosa che l’autore stesso sottovaluta.

C’è qualcosa di utile, per chi scrive, in questo scarto. Non si scrive mai sapendo davvero cosa resterà di quello che si è scritto. Sono i lettori, non l’autore, a decidere cosa torna, cosa si rilegge, cosa diventa un classico. Conan Doyle lo capì tardi, forse mai del tutto. Ma Holmes, nonostante lui, è ancora qui — più vivo, probabilmente, del suo creatore.

Domande frequenti su chi ha scritto Sherlock Holmes

Chi è l’autore di Sherlock Holmes? Arthur Conan Doyle, scrittore e medico scozzese, ha creato Sherlock Holmes nel romanzo Uno studio in rosso (1887) e ha continuato a scriverne fino al 1927, per un totale di quattro romanzi e cinque raccolte di racconti.

Quando è morto, e poi risorto, Sherlock Holmes? Nella finzione, Holmes “muore” nel 1893 nel racconto Il problema finale, e torna in vita nel 1903 con La casa vuota. Conan Doyle scrisse l’ultimo racconto della serie nel 1927, tre anni prima della propria morte.

Perché Arthur Conan Doyle odiava Sherlock Holmes? Conan Doyle considerava Holmes un lavoro “minore” rispetto ai suoi romanzi storici, e con gli anni il personaggio, razionalista e scettico, finì in contrasto con il crescente interesse dell’autore per lo spiritismo.

Da Conan Doyle a oggi

Ora che sapete chi ha scritto Sherlock Holmes — e perché, per buona parte della sua vita, avrebbe preferito non averlo fatto — se vi interessa ripercorrere l’intera bibliografia di Conan Doyle dedicata a Holmes, romanzi, raccolte, cronologia completa, ne ho parlato in modo più sistematico in tutti i racconti di Sherlock Holmes. E se siete curiosi di vedere cosa succede quando, oggi, qualcuno prova a scrivere un nuovo caso restando fedele al tono originale, l’ho fatto io stesso in Il Caso dei Giganti di Ghiaccio — un piccolo omaggio, con tutta l’incoscienza del caso, a un personaggio che il suo stesso creatore avrebbe voluto, almeno per un po’, seppellire per sempre. Oggi Sherlock Holmes esiste in decine di adattamenti — serie tv, film, fumetti, parodie — un’eredità che probabilmente avrebbe sorpreso, e forse persino infastidito, lo stesso Conan Doyle.

Per approfondire: il rapporto tra Arthur Conan Doyle e Sherlock Holmes e la guida a Sherlock Holmes: autore, canone e metodo.