Vittorio Tondi

Alan Turing sapeva già che la domanda era sbagliata

Alan Turing — articolo di Vittorio Tondi

Nel 1950, Alan Turing pubblicò su Mind un paper che inizia con una domanda apparentemente semplice: “Can machines think?” E poi, quasi subito, la ritira. Dice che la domanda è mal posta. Che “pensare” e “macchina” sono parole abbastanza ambigue da rendere la domanda priva di significato preciso.

Quello che propone invece — il gioco dell’imitazione, poi diventato il Test di Turing — è una sostituzione operativa. Non ti chiedo se la macchina pensa. Ti chiedo se riesci a distinguerla da un essere umano in una conversazione scritta. Se non riesci, per scopi pratici, la differenza diventa irrilevante.

È una mossa filosoficamente sottile. E quasi nessuno ne ha capito il senso vero.

Alan Turing — Il test non misura le macchine

Il Test di Turing viene presentato costantemente come un benchmark per l’intelligenza artificiale: quand’è che una macchina lo “supera”? Questa lettura è sbagliata — o almeno, non è quello che Turing stava chiedendo.

Il test misura noi. Misura la nostra capacità di distinguere, sulla base del linguaggio, cosa è umano e cosa non lo è. Se la macchina supera il test, non significa che la macchina pensa. Significa che i nostri criteri per riconoscere il pensiero sono insufficienti.

È una distinzione cruciale. Significa che il problema dell’intelligenza artificiale non è un problema tecnico di ingegneria. È un problema filosofico sulla natura del pensiero — e sulla nostra incapacità di definirlo in modo preciso abbastanza da usarlo come criterio di verifica.

La domanda che Turing non faceva

Turing non chiedeva “la macchina è cosciente?”. Non chiedeva “la macchina ha esperienza soggettiva?”. Non chiedeva nemmeno “la macchina capisce quello che dice?”. Tutte domande che presuppongono una risposta a ciò che la coscienza, l’esperienza, la comprensione siano — e nessuno ce l’ha.

Chiedeva: in un contesto specifico, con criteri comportamentali precisi, riuscite a fare la distinzione? È una domanda molto più modesta. E molto più onesta.

Settant’anni dopo, i modelli linguistici di grandi dimensioni producono testo che la maggior parte delle persone non riesce a distinguere dal testo umano in molti contesti. Il test di Turing, in quei contesti, è superato. E non sappiamo ancora cosa significhi.

Alan Turing e il prezzo della chiarezza

C’è un altro livello in cui Turing è rilevante oggi, e non riguarda l’intelligenza artificiale. Riguarda quello che gli è successo.

Turing aveva craccato Enigma. Aveva salvato probabilmente milioni di vite abbreviando la guerra di due anni. Era il padre dell’informatica moderna. Nel 1952 fu condannato per omosessualità — reato nel Regno Unito di allora — e sottoposto a castrazione chimica come “trattamento”. Morì due anni dopo, probabilmente suicida.

Il sistema che aveva servito lo aveva distrutto perché non corrispondeva a una categoria accettabile. La stessa logica che aveva usato per fare il test: il sistema non sa cosa non riesce a classificare, e quello che non sa classificare lo elimina.

Non era fantascienza. Era il 1954. E la logica non è cambiata quanto vorremmo credere.

Alan Turing rimane una delle figure più radicalmente fraintese del ventesimo secolo. Non perché il suo lavoro fosse oscuro — il paper del 1950 è scritto con una chiarezza brutale. Ma perché la domanda che poneva era scomoda: non riguardava le macchine, riguardava i criteri con cui classifichiamo la realtà. Riguardava la difficoltà strutturale di definire l’intelligenza senza usare, in quella definizione, le stesse facoltà che si sta tentando di definire — ciò che la filosofia chiama circolarità. Ogni volta che un modello linguistico supera un test, la domanda si sposta. Perché il problema non era mai tecnico. Era, e resta, filosofico. Alan Turing lo sapeva nel 1950. Probabilmente avrebbe trovato ironica la nostra sorpresa.

Se vuoi approfondire come la domanda di Turing risuona ancora oggi, leggi anche come Turing ha fatto la domanda sbagliata — e aveva ragione.