Vittorio Tondi

Jim Thompson e il narratore che mente anche a se stesso

Jim Thompson — articolo di Vittorio Tondi

Lou Ford è lo sceriffo di una piccola città del Texas. È gentile, educato, leggermente noioso — uno di quei tipi che citano sempre proverbi e non smettono mai di sorridere. È anche un assassino seriale che non si è ancora reso pienamente conto di esserlo.

Questo è l’incipit di The Killer Inside Me di Jim Thompson, pubblicato nel 1952. È uno dei romanzi più disturbanti della letteratura americana non perché la violenza sia grafica — è descritta con la stessa piattezza con cui Lou descrive tutto il resto — ma perché il punto di vista è quello di Lou. Siamo dentro la sua testa. E la sua testa funziona.

Jim Thompson — Il problema del narratore coerente

I narratori inaffidabili della letteratura sono solitamente inaffidabili in modo riconoscibile: mancano di informazioni, hanno pregiudizi evidenti, si contraddicono. Il lettore può identificare il momento in cui la narrazione si incrina.

Lou Ford non si incrina quasi mai. La sua logica interna è coerente. Le sue razionalizzazioni sono persuasive. Lui non sta mentendo al lettore — sta mentendo a se stesso, in modo talmente sistematico da non sapere più dove sia il confine.

Thompson non ci dà accesso a un “vero Lou” nascosto sotto la superficie. Non c’è un Lou più profondo e autentico che la maschera nasconde. La maschera e il volto sono la stessa cosa — o meglio, la distinzione tra maschera e volto si è dissolta nel tempo. Lou è diventato quello che ha deciso di sembrare, e ora non riesce più a smettere.

La psicopatia come sistema di pensiero

Quello che Thompson fa con Lou Ford è costruire una psicopatia dall’interno — non come anomalia clinica, non come mostro riconoscibile, ma come sistema di pensiero internamente coerente che produce comportamenti che il sistema chiama patologici senza che il sistema stesso riesca a vedere il problema.

Lou vede le sue azioni come risposte ragionevoli a situazioni che lo hanno messo alle strette. Ogni omicidio ha una sua logica. Ogni violenza ha una sua necessità. Il problema non è lui — è sempre qualcos’altro, qualcun altro, la situazione.

Questo è il contributo più originale di Thompson al noir: non il crimine come deviazione dalla norma, ma il crimine come prodotto di una norma interiore alternativa. Lou non è fuori dalla società — è uno sceriffo, è integrato, è funzionale. Ha solo una logica diversa che non mostra.

Perché Thompson è necessario

Il narratore inaffidabile che non sa di essere inaffidabile è la forma narrativa più onesta che esista per descrivere certi tipi di danno. Non c’è un momento in cui Lou si accorge di quello che fa e lo rifiuta — perché quel momento non esiste nella realtà psicologica che Thompson vuole descrivere.

I mostri riconoscibili — quelli che sanno di essere mostri — sono rassicuranti. Esistono al di fuori di noi, sono identificabili, possono essere fermati. Lou Ford non è identificabile fino a che non è troppo tardi. Thompson sapeva che era questa la storia vera.

Jim Thompson ha scritto personaggi che non sono vittime del sistema né semplicemente malvagi. Sono persone che hanno costruito una narrazione di sé così solida da diventarci prigionieri. Lou Ford in The Killer Inside Me non mente al lettore come strategia consapevole. Mente perché non sa più dove finisce la sua versione della realtà e dove inizia quella reale. Jim Thompson ha capito prima della psicologia moderna quanto sia fluido il confine tra l’inganno deliberato e l’auto-inganno. E quanto sia difficile, una volta attraversato quel confine, trovare la via del ritorno.

Jim Thompson ha scritto libri che non offrono via d’uscita. Non è pessimismo: è precisione. Alcune situazioni non hanno uscita, e la letteratura che lo dice è più onesta di quella che inventa una.